Inchiesta fondi Lega, solidarietà a Fanpage

Libertà di stampa e opera di denuncia. Due prerogative che dovrebbero appartenere al giornalismo indipendente, libero, come quello di Fanpage, capace di non guardare in faccia a nessuno nel fare il proprio lavoro. La testata online ha firmato una video inchiesta sui fondi della Lega denominata Follow The Money. Che realizzata da Backstair (team investigativo composto da Carla Falzone, Sacha Biazzo, Marco Billeci e Adriano Biondi), evidentemente non è piaciuta a tutti: il Tribunale di Roma vuole sequestrare e oscurarne i contenuti. Si tratta di un provvedimento che rimanda a pratiche mai utilizzate in Italia – denuncia la stessa Fanpage – che limita la libertà di stampa e che ci riguarda tutti. L’inchiesta è incentrata sui 49 milioni di euro di rimborsi elettorali ricevuti illecitamente dalla Lega. E su una intercettazione, ripresa da una telecamera nascosta: quanto pronunciato sul comandante generale della Guardia di Finanza, Giuseppe Zafarana, dall’ex sottosegretario all’Economia Claudio Durigon. Il quale diceva a un suo interlocutore che non bisognava preoccuparsi dell’inchiesta della procura di Genova su quei fondi perché il Generale della Guardia di Finanza “l’abbiamo messo noi”. I soldi sarebbero stato ottenuti in maniera fraudolenta dalla Lega, tra il 2008 e il 2010; degli stessi, però, non c’era traccia, al momento della confisca, nei conti correnti del partito.  

Per il giudice sussistono le “esigenze cautelari in ordine al concreto pericolo di reiterazione di reati della stessa specie di quello per il quale si procede, nonché il pericolo di perpetuazione ed aggravamento degli effetti dannosi del reato in considerazione della diffusività della pubblicazione di notizie diffamatorie tramite siti internet e ciò anche in considerazione delle non chiare e verosimilmente illecite circostanze nelle quali  è captata la conversazione dell’onorevole Durigon all’insaputa dello stesso”. Questo quanto si legge nel decreto del Tribunale di Roma. Per lo stesso “sussistono gravi indizi in ordine alla sussistenza dei reati” ipotizzati nella querela depositata proprio da Zafarana il 28 luglio scorso. L’ordine di sequestro è arrivato dal Giudice per le indagini preliminari di Roma Paolo Andrea Taviano; il decreto, notificato nelle scorse ore nella redazione di Fanpage.

L’auspicio è che la vicenda possa concludersi senza produrre danni ulteriori. Conosciamo la professionalità di Fanpage, autrice di inchieste importanti, quanto pericolose. E sebbene possa commettere errori (in sensazionalismo magari spesso eccede), al netto dei contenuti dell’inchiesta in questione, non si può oscurare un contenuto giornalistico. Non si può, è inammissibile farlo preventivamente in un Paese dove vige la democrazia e la Costituzione, per il presunto reato di diffamazione, prima che sia accertata la verità. La conferma viene dalla Suprema Corte di Cassazione. Peraltro, non si può procedere contro ignoti, quando gli autori dei servizi e il direttore sono noti: gli stessi, non indagati, non possono difendersi, in questo modo.

Global strike: siamo tutti “gretini” stavolta, senza fiatare

La nostra azione dovrebbe essere immediata, rapida e su larga scala. Lo ha detto anche il premier Draghi riportando l’ammonimento dell’Intergovernmental Panel Change delle Nazioni Unite. Il nostro impegno, da non procrastinare, riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra. Diversamente, se non interveniamo, non saremo in grado di contenere il cambiamento climatico al di sotto di 1,5 gradi. Quel che può fare il cittadino è scendere in piazza. Ecco perché, alla luce delle ultime catastrofi (alluvioni, frane, inondazioni, trombe d’aria simili a tornado in Italia), legate a doppio filo al cambiamento climatico, il Global strike si fa carico di significato. L’evento è in programma nella giornata di domani venerdì ventiquattro settembre. Il danno è già fatto: i dati dell’ultimo rapporto dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) dicono che il nostro pianeta si è già riscaldato di 1,1 gradi provocando effetti irreversibili come lo scioglimento dei ghiacciai, la desertificazione e l’innalzamento dei mari. E stando alla proiezione della Nasa, con un aumento della temperatura pari a 1,5°, si avrà che città costiere come Venezia e Cagliari finiranno sott’acqua, con un margine compreso tra i 60 centimetri e gli 1,30 metri. Il quadro è allarmante. E può essere assimilato alla pandemia, perché emergenza di pari entità, per citare le parole dello stesso presidente del Consiglio italiano. Ciascuno dunque è chiamato a fare la propria parte. In modo non più critico soltanto, ma propositivo: molto più di una scommessa, quella della transizione ecologica è una possibilità concreta, nell’immediato, applicabile in ogni comparto: dalla gestione dei rifiuti alla produzione di energia, dai trasporti alla filiera alimentare. Certo, il mondo green costa, orientato alla sostenibilità. Ce lo dice il caro bollette, che si vuole contrastare. Ma se non si intervenisse, nel medio termine, i costi sarebbero enormemente più importanti. È pertanto l’inerzia della politica a dover essere denunciata. Questo, l’obiettivo degli studenti di tutto il mondo che si ritroveranno in piazza per la settima edizione del Global strike. Al netto dell’utilità di eventi di simile portata, dell’azione della protesta in generale, quel che oggi non si può più fare è ironizzare o ridimensionare una questione divenuta ormai emergenziale. Urge intervenire passando dalle parole ai fatti.

Il Global strike, o sciopero globale per il clima, è un evento tenuto su scala mondiale, che coinvolge oltre mille città e 180 in Italia. Prende le mosse da Fridays for Future, il movimento ambientalista fondato da Greta Thunberg nel 2018. Gli scioperi sono cresciuti in modo esponenziale. Hanno raggiunto, infatti, il picco di 7 milioni e 600mila presenze nell’ultima manifestazione globale. Tra le associazioni coinvolte in Italia spicca Legambiente. Che dagli Ottanta è in prima linea nel combattere i cambiamenti climatici. Il settimo sciopero generale è sempre organizzato da Fridays for Future ed Earth Strike.  

Ode a la Divina tra visione e carnalità

Secondo Sarah Bernhardt (1844-1923) è stata una grandissima attrice ma non una grande artista. Perché, con la sua arte, non ha creato un personaggio che si identifichi col suo nome; non ha creato un essere, una visione che evochi i suoi ricordi, dice di lei la donna rivale, che ebbe un rapporto intenso con il Vate. Lei è Eleonora Giulia Amalia Duse (1858-1924). Che finisce al centro del libro di Pierfranco Bruni, intitolato “Con le sue labbra le suggella le labbra spiranti”. Centotrentasei pagine motivate da una forte ammirazione o trasporto grande. Ho sempre amato Eleonora Duse. La teatralità la recita il tragico. Da quando ero ragazzo ho visto in lei la metafora del fascino del mistero del mito. La Divina, come la chiamò Gabriele, resta dentro di me. La letteratura solleva e vive di luce. La letteratura mi ha fatto amare l’amore. La donna che amo è letteratura vita carnalità. Ho trovato in un cassetto della scrivania di mio padre, nella casa in Calabria, il testo che segue. Non so se sia mio o di un altro io o di mio padre. Non cambierebbe nulla. Anzi. L’ho rubato da un cassetto e ora lo pubblico così come l’ho trovato. Commetto il reato di appropriazione indebita. Non ho corretto nulla. I lettori possono fare tutte le considerazioni opportune e anche correggere con il blu o il rosso. Eleonora resterà sempre la Divina!

Così Pierfranco Bruni rimanda i suoi lettori al testo pubblicato da Luigi Pellegrini Editore, quest’anno. E io che scrivo su questa rubrica settimanale, sulla stessa opera non aggiungo altro…  La storia ci dice già chi era Eleonora Duse, e quale rapporto ebbe con Gabriele D’Annunzio, incontrato per la prima volta a Venezia, la città romantica: un amore passionale e tormentato, turbolento. Il mondo del teatro l’ha consacrata come un mito. Perché della Belle Epoque veniva considerata la più grande attrice teatrale e in assoluto una delle più grandi. E forse, non soltanto. Si pensi a George Bernard Shaw che, prendendo le distanze da Sarah Bernhardt, guardava all’arte della Duse e al suo indiscutibile primato. La bellezza della donna nata a Vigevano era anticonformista e rivoluzionaria. Una donna che non si truccava mai. La sua figura riemerge in questo libro facendosi viva e dialogante col mondo contemporaneo. Con le eccellenze, che ci sono nel teatro, e devono adeguarsi ai tempi che cambiano. Eleonora Duse incarna quel sentimento capace di disconoscere il rapporto con il tempo, perché va oltre. L’amore consumato con D’Annunzio è stato grande, intrecciato all’arte. Tanto che il poeta le ha dedicato “Il fuoco”, romanzo pubblicato nel 1900. E sebbene le abbia poi preferito la diva Bernhardt, a fine corsa, alla morte della Divina Duse, la loro unione fu sigillata per sempre: lei gli rivolse l’ultimo pensiero, dimostrando di averlo perdonato; lui ammetterà che nessuna donna, come Eleonora, lo ha mai amato tanto. E questa verità “lacerata dal rimorso e addolcita dal rimpianto” può essere riscritta facendo spazio al nuovo incontro.

Cercasi notizie sui reporter torturati dai talebani

Puniti per aver fatto il loro dovere etico e professionale. Per aver creduto che gli esseri umani sono tutti uguali. Per aver dato ascolto e voce alle donne afghane. Donne la cui bellezza ed intelligenza rendono trasparente l’abito più cupo e mortificante… Taqui Daryabi, Nematullah Naqdu e Mohammad Jalil Ramnaq hanno trovato rifugio nella capitale afghana Kabul, nel quartiere di Barci, abitato da 1 milione e 800mila hazara. Ma di certo non sono salvi e al riparo dalla follia reiterata dei talebani che, in una stazione di polizia, li hanno torturati, a suon di calci e frustate. Per ore lunghe come giornate. L’episodio, avvenuto la scorsa settimana, aveva suscitato un’ondata di indignazione forte, generalizzata. Avevano fatto il giro dei continenti le immagini di quei corpi offesi, assoggettati: spalle, schiena, braccia; glutei, fianchi, cosce e polpacci ricoperti di ecchimosi ed ematomi. L’ondata ora sembra essere scemata. Il silenzio, anzi, si è fatto imbarazzante, tombale: di loro non si occupa più alcuna testata. Nessuna notizia in rete. Mentre i tre reporter colpevoli di aver ripreso, seguito e raccontato il corteo di alcune donne che rivendicavano i loro diritti civili e umani, ovvero le violenze del regime dopo la presa di Kabul, a breve potrebbero essere “giustiziati”. Potrebbero avere la fine segnata qualora venissero presi e catturati dai talebani. L’auspicio è che possano trovare la salvezza attraverso un corridoio umanitario. Ma le notizie intanto, l’unica certa trapelata, non è affatto incoraggiante: il capo della polizia di Ghazni, Molawi Abu Mohammad Mansour, ha intimato ai giornalisti di arrendersi al nuovo potere islamico. Zaki Daryabi, il direttore del giornale per cui i reporter hanno seguito la manifestazione delle donne afghane, tra i principali quotidiani dell’Afghanistan, parla di “eclissi dell’era della libertà di stampa in cui siamo cresciuti negli ultimi vent’anni”. Anche altri giornalisti della stessa testata hanno pagato la loro voglia di giustizia e di umanità venendo arrestati.

Che fare? Gli appelli servono a nulla o a poco, con chi dimostra di essere sordo al dialogo, e storicamente di non essere cambiato. Tuttavia, vanno fatti, con l’estrema forza della fede vissuta nella speranza. Altrimenti smettiamola di credere nella cultura del rispetto e della pace… Gli stessi reporter presenti a Kabul hanno chiesto aiuto rivolgendosi alla comunità internazionale, baluardo della democrazia e della lotta alla violenza in ogni sua forma, perché nel loro Paese non sussistono più le condizioni per lavorare; l’unico ad ascoltarli, ovvero ad esporsi dicendosi intenzionato a fare il possibile per aiutarli, è stato Mohammed Jan Azad, imprenditore afghano che vive e lavora da vent’anni in Italia. E che due di quei valorosi ragazzi torturati, che non hanno nemmeno 30 anni, li ha visti nascere e crescere comprendendo cosa significhi “vivere” sotto il controllo dei talebani. Coi quali l’unica forma di dialogo è la fuga e la chilometrica distanza.

Quel viaggio rétro che sa di Salento e di amor proprio

Musica, tradizioni artigianali e cultura gastronomica: un’immersione nel folklore e nei sapori di una terra unica. C’è tutto questo nel libro di Maria Katja Raganato. Che nel suo romanzo, ambientato a Gallipoli, presta la propria opera alla lode del Salento, della sua magia nelle bellezze architettoniche e naturalistiche. Il libro si intitola “Come un faro nella notte”. E sta incontrando il gradimento di lettori e turisti. Anche della critica: al Premio letterario nazionale Artisti di borgo, per la sezione Romanzo inedito, è arrivato tra i finalisti. Centottantasette pagine suddivise in ben 30 capitoli. Oltre al prologo, che già stimola il lettore alla riflessione: “Se solo si potessero aggiustare anche le vite delle persone, con la stessa facilità cui lei riesce a riparare gli oggetti”, si dice nella bottega di mesciu Totu, dove si recano i personaggi di Sebastiano e Annina.

A far da sfondo alla storia è un’antica casa nel centro storico di Gallipoli. Tra i diversi personaggi ci sono una giovane che si trasferisce in un’altra città lasciando un non gratificante lavoro; un artista di strada claudicante e bellissimo che, dopo un lungo girovagare per la Penisola, ha fatto di un faro abbandonato il proprio rifugio; il rampollo di un’importante famiglia di produttori di vino, dotato di grande fascino e idolatrato dalle donne; un vecchio misterioso, venuto dal Nord, alla ricerca delle proprie radici e di una ragione per vivere. E poi un pasticcere imbranato – si legge ancora – una ragazza impacciata in conflitto con la propria immagine, due anziani coniugi, custodi di una dimora storica. C’è un vetusto rigattiere depositario di quell’arte a cui si faceva riferimento nel prologo. Quella, ormai perduta, di riparare oggetti vecchi rimettendoli a nuovo. Il fil rouge allora è la ricerca della felicità e dell’identità che passa attraverso un intenso viaggio fisico e interiore. Nella riscoperta, valorizzazione, di ciò che lega il presente alla memoria.

Come un faro nella notte (Pav Edizioni) è un romanzo che consente al lettore di catapultarsi in un’epoca come nuova. Di venir fuori dalla contemporaneità vorticosa per riscoprire personaggi, mestieri, atmosfere afferenti al secolo scorso. È un romanzo corale le cui diverse voci si intrecciano facendo esperienza di incontro e condivisione. La meta, la rinascita che attende quanti si mettono in cammino. E vedono le loro esistenze cambiate in toto.

In cammino è la stessa autrice, nata nella provincia di Lecce, dove vive. Laureata in Economia e Commercio con 100 e lode, si occupa dell’area contabile e amministrativa di due piccole aziende di famiglia. I suoi interessi spaziano dalla letteratura alla musica passando per il cinema. Appassionata di pittura e architettura, può compensare il rigore del lavoro e del percorso di studi con la propria vena creativa. Quella che le ha permesso di scommettere su stessa e a scrivere traducendo le sue immagini in parole. Quasi per caso, confida l’Autrice, dentro il viaggio ispirato dalla lettura dei testi altrui, senza sapere dove sarebbe andata a finire.

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 199)

Una donna, il padre, e l’imponderabile frangente

L’Autrice ha una valigia piena a cui aggrapparsi nel momento del bisogno. Ma l’ha inutilizzata, perché dal suo territorio non se n’è andata, né ha intenzione di farlo, nei prossimi tempi. Tanto che si è candidata a sindaco nella sua San Pancrazio… Si chiama Federica Marangio, ed è un volto noto del giornalismo locale. Una di quelle persone votate alla resilienza e all’impegno trasversale. Nel suo ultimo romanzo, in libreria tra pochi giorni, “Il tempo di mezzo”, muove proprio dall’esperienza del viaggio. Quello interiore compiuto dalla protagonista che dovrà seguire le tracce lasciate dal padre in un biglietto datato all’anno 91 del secolo scorso. Le stesse passano per un polveroso negozio di antiquariato rappresentando la possibile cura al senso di incompiutezza provato da chi è chiamato a guardare il domani con sentimenti di fiducia e di speranza.

Il tempo di mezzo è, in primo luogo, un romanzo sul legame indissolubile tra una figlia e il proprio padre. Una riflessione sugli anni della svolta alla ricerca della verità. Sul caso, e sulle capacità, difficoltà dell’individuo di autodeterminarsi. Perché c’è “un tempo esatto, quello di mezzo, che è il più dispettoso. Può durare un attimo o un’eternità, ma ciò che accade in quel frangente non dipende più da te”. A non finir mai è l’amore intrafamiliare. In particolare, quello speciale, recuperabile o conflittuale nel rapporto figlia-padre. Ha quarant’anni Beatrice Rossini, la protagonista del romanzo: entrata nella cosiddetta mezza età, giornalista come l’Autrice, innamorata del marito e del suo lavoro, dovrà fare i conti col presente e coi fantasmi che riemergono. Col trauma che ha spezzato la sua famiglia quando era adolescente. Cosa può accaderle? La risposta è nelle 304 pagine pubblicate da Les Flaneurs Edizioni per la collana Bohemien. Un romanzo emozionante ed intenso, la cui prefazione porta la firma di Catena Fiorello, sorella dei grandi Rosario e Beppe.  

Il tempo di mezzo segue alla pubblicazione di “Io più di te. L’amore è un’addizione” (Falco Editore, 2018) e a La cicatrice (2015), il romanzo di esordio di Federica Marangio. L’Autrice, penna di una gran testata, che vorremmo rivedere presto in edicola tra gli altri quotidiani (La Gazzetta del Mezzogiorno) si è occupata di sanità. Il suo percorso di studi si è perfezionato col dottorato di ricerca internazionale conseguito presso di dipartimento di Ingegneria dell’innovazione dell’Unisalento. Vivace ed energica, aperta agli scambi interculturali, e ai processi di internazionalizzazione che promuove sempre, è bilingue – parla correttamente lo spagnolo e l’olandese. La giornalista scrive inoltre di community engagement e modelli di innovazione sociale. Tiene corsi sulla comunicazione multimediale per imprese e istituzioni. Le facciamo i migliori auguri per questa sua ultima fatica letteraria, e per tutto il resto: per i suoi articoli sulla carta stampata, da acquistare e leggere.

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 199)

Benny per sempre

Benedetta Pilato ha smesso di dormire e non può invecchiare. È un miracolo vivente, una leggenda del nuoto e dello sport mondiale. Da oltre vent’anni, continua a fare incetta di successi e di record, preservando l’entusiasmo, la passione per la sua disciplina amata. Siamo nel 2040. Un futuro non troppo distante. La routine de La Campionissima, che in piscina non ha avversari, è fatta di allenamenti, gare, ed anche studio. Poi un giorno arriva un uomo, nella sua vita. In vasca, una nuova avversaria. Il colpo di scena nel finale. 

Paolo Arrivo è nato a Taranto il 20 novembre 1982. Giornalista, laureato in Lettere all’Università degli Studi di Bari, ha collaborato per quotidiani e periodici regionali e nazionali. Scrivendo di sport, cronaca, attualità, spettacoli e cultura. Vive la scrittura come vocazione e strumento di rivelazione. Nel 2020 ha fatto il suo esordio nella narrativa con “La buona battaglia – Sognando i Giochi del Mediterraneo” (Passerino editore). Con quest’opera intende omaggiare la figura della campionessa, baby fenomeno del nuoto, sua concittadina.  

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Quando la legge prevarica il buonsenso e la carità

La vicenda ha del grottesco. Sembrerebbe una barzelletta, con protagonista l’Arma più sbeffeggiata e più amata d’Italia: un uomo è stato multato perché si recava a piedi al campo santo. L’uomo in questione è don Angelo Pulieri che si trovava in vacanza in un piccolo comune della Basilicata – Terranova di Pollino, mille anime tra le province di Potenza e di Cosenza. Lì ha voluto darsi a un esercizio di pietà raggiungendo il cimitero per pregare sulla tomba di persone a lui care. Ebbene, una pattuglia dei carabinieri lo ha fermato e multato perché stava percorrendo una strada provinciale. Dove l’accesso ai pedoni è vietato. Incredulo il religioso, si giustificava sostenendo che le caratteristiche della strada attraversata, piuttosto angusta e poco trafficata (l’unica che porta al cimitero, dal centro abitato), non potevano fargli pensare alla provinciale. “Ma non c’è stato nulla da fare: mi hanno ugualmente multato”, ha dichiarato il sacerdote noto e stimato a Taranto, la città in cui  è nato. La stradina è lunga meno di un chilometro. Intransigenti  i militari, nel verbale, peraltro, hanno scritto che il trasgressore faceva del trekking. Insomma, pure sordi oltre che zelanti! Don Angelo ha pagato la sanzione prima che la stessa lievitasse. Se l’è cavata con 18 euro, evitando di fare ricorso, per non avere rogne e per risparmiare. Quando tornerà in vacanza, visitando posti nuovi magari e strade che non conosce, si comporterà allo stesso modo, a quanto pare. Ricordando di essere un sacerdote per 364 giorni l’anno. Ovvero che la carità non va mai in vacanza, nemmeno se si imbatte in chi dovrebbe guardare altro, e occuparsi di questioni più serie, importanti. I carabinieri avrebbero potuto interpellare le loro coscienze. Prima di multare, portando rispetto per la “divisa” indossata dalla persona fermata, potevano ascoltare quella voce interiore che separa il bene, la convenienza dal male. Come dovremmo fare tutti, in ogni circostanza.

In pista inseguendo un sorriso

Segnatevi questa data: domenica cinque settembre. Se sentirete un rombo di motori non sarà nulla di ordinario o di pericoloso. Non i canadair antincendio utilizzati nei mesi di fuoco o le bravate di qualche motociclista per le vie di Taranto, ma un evento inedito, strutturato, che si preannuncia ad alto tasso emotivo: il “Primo Endurance Città dei due mari”. A organizzarlo il responsabile tecnico dello Joni_Co Team, Massimo Castellano. Una sessantina di piloti si sfideranno in quattro ore di gara. Atleti professionisti, dal palmares ricco. La prova prevede due stint della durata di due ore dove 10 equipaggi dovranno avvicendarsi alla guida. L’evento, per cui c’è grande attesa, ha ricevuto il patrocinio del Comune di Taranto – anche il contributo della Racing Sport e il supporto tecnico logistico della Pista Fanelli. Le dichiarazioni di Massimo Castellano al nostro giornale: “Il mio team, come sempre affiatato, non aspetta altro che festeggiare la riuscita di questo evento importante. Ci stiamo preparando affinché si possa regalare uno spettacolo motoristico nuovo e terribilmente spettacolare”. Lo stesso MC chiarisce che, al netto dell’agonismo, “il nostro podio è rappresentato dalla felicità degli appassionati che verranno a seguirci per divertirsi. Ambiamo, non alle medaglie ma ai sorrisi.”

L’appuntamento è anche spunto di riflessione sulla rinascita che sta vivendo Taranto a 360 gradi. “La scelta dello sport come convogliatore di sinergie aggreganti, sembra essere una strada intrapresa con successo dagli amministratori locali. Lo sport aggrega e pone le basi per approfondire la conoscenza del territorio e la sua storia”, spiega l’architetto tarantino, da sempre impegnato nell’opera di valorizzazione del movimento automobilistico, al di là delle corse a circuito. “Lo sport – continua – è il veicolo ideale per sottoscrivere la volontà di uno sviluppo concreto che la città di Taranto merita per tutte le sofferenze patite sino ad oggi”. Appuntamento a settembre, dunque. I piloti gareggeranno nello spazio antistante il Parco Cimino. La competizione voluta in riva allo Jonio è stata pensata, in primo luogo, per metterci alle spalle il periodo più complicato vissuto da tutti noi: la fase più acuta della pandemia, quando l’organizzazione delle gare, degli eventi sportivi, sembrava essere un miraggio o un lusso da non concedersi. Lo stesso Massimo Castellano ha sempre anteposto la dimensione sociale e la visione aggregante dello sport motoristico puntando alla valorizzazione del collettivo. Nel suo team, ricordiamo, sono cresciuti talenti come il pluricampione regionale Antonio Macripò. Per questo, il Primo Endurance Città dei due mari si carica di significato e di valori condivisi rinsaldando i legami interpersonali e quelli con il territorio.

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 198)

Puglia caput mundi: la gioia del ballo on the road

Tutto nasce per gioco. Le migliori idee, spuntate per caso o per un preciso scopo, ti portano spesso ad altra imprevedibile destinazione. E quando l’inventiva è coniugata al radicamento e all’amore per il territorio nascono progetti meravigliosi. Uno di questi porta la firma di Pietro Bongermino che, l’anno scorso, ha ideato #ballandoperlacittà. Protagonista dell’iniziativa (no profit) è il gruppo denominato “il ballo è vita”. Nome emblematico che racchiude l’essenza di una lunga passione: ventennale quella di PG, 31enne originario di Laterza e residente a Ginosa, dove insegna in una palestra balli di gruppo caraibici e latini.

Cosa fa il gruppo? Uscendo dalle anguste mura, se ne va in giro per i paesi più nascosti della Puglia, per postare poi sui social le loro performance. Il risultato è un’esplosione di gioia contagiosa. Un raccontare per immagini e dinamici corpi, che va al di là della rievocazione, come ritorno ai valori e alle antiche tradizioni, nella forma della condivisione. Questo comunica il video girato una domenica d’autunno sul sagrato della chiesa Madre di Ginosa. Un lavoro, nato appunto per gioco, o meglio per passione, capace di diventare virale facendo centinaia di visualizzazioni.

Quando poi l’esperimento funziona, il seguito può essere curato con una migliore organizzazione: la seconda tappa del progetto itinerante è andata in scena a Torre Mattoni a Marina di Ginosa. In quell’area magnifica, la cui pineta fu spazzata dalla violenza delle alluvioni del 2011 e ’13, il gruppo ha ballato sulle note di “karaoke”, per poi tuffarsi nelle acque del Mar Jonio. Il successo è stato ancora maggiore. Il video, infatti, ha fatto migliaia di condivisioni, in Italia e al di fuori, con oltre 65mila visualizzazioni. La terza tappa ha raggiunto il centro storico di Ginosa. I danzatori si sono fatti attori indossando gli abiti degli anni Cinquanta per far rinascere via Matrice e i suoi antichi frequentatori. Anche in questo caso, l’arte è venuta in soccorso del territorio. Di quella strada simbolo di Ginosa, restituita alla comunità da poco, dopo il terribile crollo del 2014. Pietro Bongermino ricorda di aver voluto realizzare una sorta di musical nel quale lui interpreta il ruolo del contadino. Che arrivando con un cavallo, saluta tutti richiamando l’attenzione, per aprire le danze sul sagrato della chiesa. E di quella musica si sente l’eco festoso, in tempi di ricostruzione… #ballandoperlacittà è un nuovo modo di fare cultura e di promuovere la bellezza del territorio. La sua peculiarità sta nel tenere insieme gli strumenti più moderni della digitalizzazione, i social, e la rivisitazione della storia legata alla comunità e al folklore, ai prodotti tipici gastronomici. Il progetto, che ha scoperto presto la propria vocazione, vuol essere pure ambizioso: crescere raggiungendo la Penisola da nord a sud. A Pietro Bongermino e al suo gruppo facciamo i migliori auguri perché possano raggiungere il loro obiettivo esportando le nostre bellezze. Ovvero tirandole fuori.

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 197)

Lotta alla discriminazione e Costituzione: il rispetto che non si impone

Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; maschio e femmina li creò. Recita così la Genesi al capitolo 1 versetto 27. E non c’è niente di più chiaro della Sacra Scrittura, caratterizzata da un linguaggio semplice e insieme potente. Gli uomini invece non hanno niente a che fare con la semplicità o la complessità delle cose. Nemmeno in materia di diritto. In quel complesso, la legge, che pure dovrebbe rispondere ai principi di tassatività e determinatezza. Ce lo ricorda Carlo Nordio introducendo “Nessuno può definirci”, il libro di Anna Monia Alfieri e Angelo Lucarella, edito da Aracne. L’argomento è il famoso Ddl Zan titolato Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Al riguardo, l’opuscolo che riporta fedelmente il testo in ogni articolo, contiene analisi e riflessioni giuridiche. Nella prima parte Angelo Lucarella si interroga sulla liceità del definire per legge quegli aspetti che appartengono alla sfera più intima della persona. Ad ogni modo, a parere dell’avvocato martinese, appassionato del diritto e lucido pensatore (dal 2020 vicepresidente della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo economico), non c’è bisogno di normare ciò che è già principio universale. Sarebbe anzi pernicioso in termini di autorevolezza e credibilità delle Carte costituzionali. Va ricordato che il divieto di qualsiasi discriminazione fondata sul sesso, la razza o la religione, è già sancito dall’art. 14 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.

Il ddl Zan verrà ridiscusso a settembre dopo la rissa andata in scena al Senato. Qualora fosse approvato, quali ricadute avrebbe? Il disegno di legge non convince suor Monia. La coautrice di Nessuno può definirci, infatti, allineandosi alla posizione di Angelo Lucarella evidenzia la presenza delle protezioni giuridiche già offerte dal nostro ordinamento aggiungendo che quando la legge precisa con eccesso di tutela, in realtà discrimina introducendo categorie. Nessuna norma inoltre potrà mai arrestare l’esercizio della discriminazione. Nessuna legge, secondo la religiosa, potrà colmare il vuoto di pensiero, che “a volte si rivela una voragine”. E qui si innesta la dimensione didattico-educativa. Che dovrebbe essere prerogativa della famiglia, e non dello Stato o della scuola. Quest’ultima invece verrebbe chiamata in causa attraverso giornate e iniziative, al rischio di favorire l’indottrinamento e il pensiero unico.

A parer degli autori, il Ddl Zan va rivisto in considerazione dei conseguenti contrasti sociali e giuridici. Va considerata inoltre la congiuntura storica. Ovvero che ci sono altre priorità alle quali guardare oggi, in un Paese non affatto omofobo, dove la stragrande maggioranza della popolazione crede nella cultura del rispetto, non nella discriminazione. E non perché glielo imponga il legislatore.

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 197)

 

La buona battaglia – Sognando i Giochi del Mediterraneo

Tre storie che si intrecciano, tra realtà e finzione. Protagonisti: un sacerdote, una dentista, un atleta. Sullo sfondo c’è il dopo guerra, inteso come ricostruzione, che si rivela occasione mancata, di rinascita incompleta. Ma il messaggio di fondo è aperto alla speranza. L’obiettivo dell’autore è dimostrare che le opere senza la fede prima o poi muoiono. Lo sostiene da credente, ma anche dalla prospettiva laica o atea. Perché occorre credere in qualcosa per dare senso all’esistenza facendola bella e piena.

PERSONAGGI
Don Alessandro Guardengo è un sacerdote che vive con onestà la propria vocazione. Si innamora di donna, e pensa di rinunciare alla tonaca; ma quando fa un sogno premonitore (quanto abbiamo vissuto per colpa del Covid 19) capisce qual è il suo posto al mondo: il prete, al pari del medico, è un eroe, in un momento storico caratterizzato dal ritorno alla fede.
Silvia è una dentista che lascia le proprie sicurezze per fare della propria professione un’esperienza di volontariato in Africa, in Angola, Paese in via di sviluppo, sul quale c’erano grandi aspettative. A capo di una onlus, associazione Ddg (dentisti della gioia), nel 2011 fonda una clinica dentale a Bula Atumba. Dopo cinque anni fa ritorno nella sua terra natia. Disillusa. Sarà proprio don Alessandro a riaccendere in lei la fiammella della fede.
Francesca Semeraro è una atleta. Tarantina, campionessa del salto con l’asta, rappresenta la voglia di riscatto di una comunità intera. Dopo aver vissuto come un incubo la pandemia, comprende cosa conta davvero nella vita; torna in pista e, lanciata verso nuovi successi, realizza il record del mondo.
I tre protagonisti rispecchiano modelli culturali diversi ma pongono al centro l’uomo come esistenza oltre le fedi pur in una visione religiosa.

Paolo Arrivo è nato a Taranto il 20 novembre 1982. Giornalista, laureato in Lettere all’Università degli Studi di Bari, ha collaborato per quotidiani e periodici regionali e nazionali. Scrivendo di sport, cronaca, attualità, spettacoli e cultura. Vive la scrittura come vocazione; e la formazione umanistica, l’interesse per le arti in rapporto di complementarietà con la dimensione della fede. Con questa pubblicazione fa il suo esordio nella narrativa.

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Quando i nostri nonni combattevano col caldo vero

La premessa è che non si può negare il cambiamento climatico in atto ai danni del pianeta. E la necessità di invertire la rotta, provarci almeno, adottando comportamenti virtuosi, in forma individuale e per effetto di politiche condivise. Ma l’ondata di calore che sta investendo l’Italia intera non è un evento così eccezionale e unico nella storia. I media, si sa, a volte esagerano col sensazionalismo e omettono di ricordare ad esempio l’estate dell’anno 56 del secolo scorso, caratterizzata da temperature record. Si pensi che in Sicilia si registrano i cinquanta gradi centigradi. Segnatamente a Castelvetrano (dove è nato, tra l’altro, il super boss latitante Matteo Messina Denaro)  nella giornata del 10 agosto, la colonnina raggiunse i 50°. La temperatura non fu registrata da una stazione meteorologica ufficiale. Tuttavia è indicativa dei valori altissimi raggiunti in un anno anomalo, nel quale anche l’inverno fu eccezionale per l’ondata di freddo – le nevicate, nel mese di febbraio, imbiancarono soprattutto il centro-sud.  L’episodio di Castelvetrano fu citato dal grande meteorologo Edmondo Bernacca (1914-1993). Che lo ricordò in un articolo pubblicato sul settimanale “Epoca”. Il caldo non risparmiò il resto della Penisola. I termometri, infatti, registrarono i 40,4 gradi a Roma: temperatura mai raggiunta nella capitale in questi giorni di canicola.

Insomma, i siciliani, gli italiani del Novecento tutti hanno dovuto combattere e convivere con il caldo portando avanti le loro attività quotidiane, in un’epoca in cui l’unico refrigerio era starsene all’ombra. Prima che l’avvento del condizionatore ci rendesse insofferenti a certe temperature. Dimentichi delle capacità di adattamento dell’organismo. Grandi al punto che c’è chi riesce a correre nelle fauci del deserto del Marocco per sette giorni consecutivi, armato di sola acqua da spruzzarsi addosso, e da ingerire a intervalli regolari, prima che insorga lo stimolo della sete. A certe imprese si arriva con gradualità, spirito di sopportazione, e senso della sfida. A noi comuni mortali è richiesto solo qualche piccolo sacrificio…

I sogni non svaniscono mai

Ha nome abbraccio quella danza che ci evita di precipitare. L’abbraccio dato da due amanti, dalla coppia di innamorati; e pure quello vissuto dai sofferenti, dai più provati, nella dimensione comunitaria. L’abbraccio cercato nella città dei due mari. Dove ha ambientazione l’opera del tarantino Costantino Liaci intitolata “sui confini incerto”. Una raccolta di novantanove componimenti poetici, dedicati all’amore, al silenzio, all’altrove; all’ironia e ai luoghi del poeta che ama il racconto che è dentro gli scatti fotografici. Poesie lunghe e haiku. Lo spazio dove il ricordo si fa nostalgico. Il fil rouge è il sogno, al quale siamo tutti chiamati. Il sogno che a volte è dolcezza languida, spiega nella prefazione Gianfranco Guarino. È nostalgia, pura invenzione immaginifica, occasione di riflessioni esistenziali. Ebbene, l’Autore invita il lettore a viaggiare attraverso quello stupore da preservare, in barba a coloro che i sogni li vogliono annientare. La dimensione onirica è dunque coniugata all’opera di denuncia sociale. E nella rievocazione e costruzione dell’amore romantico, del sentimento salvifico totalizzante, sembra rivolgersi a ognuno di noi invitando alla quieta perseveranza, a crederci fino in fondo: Lo sai, io non voglio / turbare i tuoi pensieri / e so, certo che lo so, / che ascolti i miei improperi / sulla politica e l’ambiente / su quella folla di bugiardi / con le mani in tasca / amici della casta / che hanno distrutto / i sogni di generazioni tarantine / (credimi, pura follia). La denuncia non è nuova in Costantino Liaci. Che insignito di riconoscimenti importanti, primo posto al Premio nazionale letterario Città di Taranto 2020, ha all’attivo diverse pubblicazioni, come le “Teorie sull’abbandono” e “Sto come Charlie Chaplin”.

C’è il tempo dell’attesa nel Poeta come dimensione rigenerante, che andrebbe riscoperta in una società frettolosa e superficiale. La solitudine che può farsi pesante. Oppure stimolante, nello slancio della creatività, perché “quando la fantasia si muove, i giorni sono più facili e le persone nuove”.

sui confini incerto si legge come una visione destinata ad evaporare. Perché tutto nella vita passa: i tanti dolori, le scarse gioie, la carezza, il pianto, le inimicizie e l’entusiasmo. Ma le passioni e gli amori non devono scivolare. L’amore, a volte evanescente, come il sogno, va sempre custodito e coltivato. Il messaggio, insomma, è aperto alla speranza. A patto di lasciarsi sorprendere dalla luce del mattino, dal dovere della ripartenza. Dall’alba che arriva anche se non l’aspettiamo. Dal mistero, che di tutto questo è essenza, e va divulgato. Ecco la missione di un’anima grande. Conoscere, seminare e consolare. Sapere della sopravvivenza dell’albero piantato. Quello, in altezza, crescerà. Ma come l’erba cattiva non muore mai, così nella ciclicità dell’esistenza tutto torna, si rinnova e inganna. Niente è scontato: nel viaggio che è ricerca, all’improvviso, poi, accade altro.

Post scriptum. Un motivo in più per appassionarsi a questo testo: i proventi della vendita sono destinati al reparto di oncoematologia pediatrica dell’ospedale tarantino SS. Annunziata

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 196)

Ma quale secolo breve! Il Novecento è sempre tra noi

Chi è nato nel ventesimo secolo può andarne fiero. Chi ha conosciuto, letto, studiato i grandi pensatori di quel tempo come Maria Zambrano e Cesare Pavese, è divenuto a sua volta un pensatore esigente e critico. Uno che prende con le molle il nuovo modo di fare Cultura. Un profondo conoscitore del Novecento, delle sue dinamiche e ricadute, è Pierfranco Bruni. Che ha dato alle stampe un nuovo libro: “Il sottosuolo dei demoni”, si intitola, pubblicato da Solfanelli, e realizzato con il contributo scientifico di Micol Bruni. Si tratta di un libro, saggio di 248 pagine, intriso di filosofia, ovvero di pensiero “forte” su temi di comparazione estetico-antropologica. Un vivere la spazialità del tempo mai perduto. Un viaggio in quel secolo, superficialmente considerato breve. Come dichiarato dallo stesso Autore, il volume è la prova di come la cultura del nostro tempo non esista: “Siamo ancora eredi di un Novecento che insiste con la sua forte presenza sia su un piano del Pensiero sia in una progettualità più organica”. Insomma, se è vero che il 20esimo secolo presenta caratteristiche comuni, dalla prima guerra mondiale (1914) alla fine del comunismo, non si può negare la persistenza di una eredità della quale fanno ancora parte Fedor Dostoevskij e Gabriele D’Annunzio. Alcuni dei grandi nomi presenti in Pierfranco Bruni. Ne Il sottosuolo dei demoni si attraversano vissuti di contaminazioni tra letteratura, antropologia, filosofia ed estetica. Il moderno sparisce e ricompare con un magico sentiero la Tradizione. Di quest’ultima siamo quindi eredi, e nel contempo, piaccia o no, viviamo di contaminazioni. Le quali interagendo col preesistente, innovano. Così, dentro i demoni, il sangue e gli orrori che hanno infettato il secolo delle trasformazioni, si può cogliere il seme che non muore. Il nuovo prodotto di un abitare profondamente le realtà nel mistero.

L’AUTORE

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. A San Lorenzo del Vallo, il 18 gennaio 1955. Poeta, scrittore, già candidato al Premio Nobel per la Letteratura, è presidente del Centro studi e ricerche “Francesco Grisi”. Ha uno sterminato curriculum. Direttore archeologo del Ministero dei Beni culturali, già componente della Commissione Unesco per la diffusione della cultura italiana all’estero, esperto di Letteratura dei Mediterranei, è un intellettuale raffinato e poliedrico – tra i suoi linguaggi c’è anche la musica, con riferimento ai grandi cantautori. Lo studioso vive la letteratura come modello di antropologia religiosa. Tra i suoi ultimi scritti, “La panacea letale” (Ferrari editore), un coraggioso pamphlet che indaga i rapporti tra scienza, medicina e pandemia. Dove non si fa sconti a nessuno. Nell’anno dedicato al padre della lingua italiana, ha scritto proprio su Dante Alighieri. Sempre attento ai grandi autori, lo è anche per quanti non hanno ottenuto in vita la giusta fama e fortuna. Nel riconoscimento che nel nostro pellegrinaggio terreno lasciamo tutti il segno.