Category Archives: Cronaca – Attualità

Al mare a novembre: non è un dramma il caldo fuori stagione

I catastrofisti parlano del cambiamento climatico. Che c’è, è in atto, con ogni evidenza, nell’anno più caldo dal 1800. Ma non si tratta di una anomalia inedita. Nessun dramma, allora, se potremo andare ancora al mare, secondo le previsioni. Almeno nei primissimi giorni del mese nuovo. Godiamoci queste belle giornate, il sole che dona benessere, che attiva i neuroni: per combattere proprio il cambiamento climatico servono, in un’azione comune, sinergica, le migliori risorse. Stare in pace con se stessi per assicurare un futuro alle persone con cui condividiamo il mondo.

Lo hanno definito Monster, l’anticiclone di Halloween che si farà valere nei prossimi giorni. La fase stabile dovrebbe durare fino al quattro novembre. L’unica insidia, nelle prossime ore, potrebbe arrivare dalle nebbie sulle pianure del Nord. Altrove caldo e cielo sereno su tutta la Penisola. Temperature comprese tra 27 e 30° C. Oltre alle ricadute negative del cambiamento climatico, nel medio e lungo termine, alle frequenti alluvioni (fenomeni localizzati che non si possono prevedere), a preoccupare adesso è l’assenza di precipitazioni al Settentrione: mai era piovuto così poco. In particolare al Nordovest. Tra le regioni più colpite ci sono il Piemonte, la Lombardia, Liguria e Valle d’Aosta.

Se in Italia si boccheggia, quasi, nelle ore centrali del giorno, anche in Spagna sono previsti 32 gradi a fine ottobre. Ovvero temperature record per il perdurare della stagione estiva che va avanti da sei mesi. Fatta eccezione per una piccola parentesi a settembre, quando anche in Italia le temperature sono scese persino sotto la media, sembra che l’autunno meteorologico non ne voglia sapere di entrare in vigore. Dalla Spagna alla Grecia passando per la Francia e la Germania, oltre al Belpaese, l’intera Europa occidentale è interessata da questa ondata di caldo anomalo. Nel resto del mondo, altro aspetto legato al cambiamento climatico sono le nevicate precoci: l’ondata di gelo che ha colpito le aree orientali dell’America, nei giorni scorsi.

Una storia di resilienza e di passione autentica

Inaugurata a Taranto la “Ciclofficina Conte”, il primo servizio a domicilio per la riparazione delle biciclette

“Io la bicicletta la sento con le mani”. Così Armando Conte prova a definire il rapporto che ha con la bici da corsa: per pedalare serve la parte inferiore del corpo, ma non solo. Soprattutto se in bicicletta ci vai da tanti anni – più di venti. Serve ogni organo. Lui (tarantino, classe 1984) l’ha conosciuta nell’estate del ’98, ai tempi del ciclismo pre-moderno, quando le gesta ineguagliabili del Pirata Marco Pantani facevano innamorare di questa disciplina tanti sportivi; non l’hai mai lasciata salvo prendersi delle pause. Adesso ha aperto una ciclo officina a Taranto. Il negozio si trova in viale Magna Grecia 69, ma è mobile, itinerante. Armando è il primo a offrire un servizio a domicilio nella città che vuole fare della mobilità sostenibile e della cultura della bicicletta un vettore di crescita. Avendo viaggiato e soggiornato al di fuori della città dei due mari, il ciclista ha avuto modo di formarsi, di accrescere il proprio bagaglio di conoscenze, e di mettere al servizio della comunità ionica le proprie competenze. Ha un trascorso da agonista tra le file del Gruppo sportivo “Marangiolo Taranto”. Fisico da scalatore, lunghe leve adatte anche a fare il ritmo quando la strada non pende, ha conosciuto la vittoria, le sconfitte, i momenti di prova. Una pedalata agile che conserva quando rimonta in sella ed è lontana la forma migliore.

Ha provato ad uscire dal suo mondo occupandosi d’altro: si è dato alla ristorazione, aveva una pucceria nel cuore di Taranto, prima di tornare tra le due ruote dedicandosi alla officina e vendita con “South Bike”, esperienza chiusa nel pre-pandemia. Ma il richiamo della bici è sempre più forte. Quella ce l’hai nel sangue, ti scorre nelle vene, e non la puoi sostituire. Per anni è stata la sua fedele compagna, con la quale uscire ogni giorno, con qualsiasi condizione meteorologica, sotto la pioggia o sotto il sole cocente dei primi pomeriggi di luglio o agosto: allenamenti e gare, migliaia di chilometri macinati con metodo, ad acqua e banane, la salita come il pane. Lei non lo ha mai tradito. In corsa non è mai finito a terra il corridore, che sembrava avere le antenne. Sapeva fiutare il pericolo. L’amore per lo sport, inteso come ricerca del benessere e sana competizione è rimasto intatto, al riparo da ogni esasperazione. La cura adesso è offerta a chi possiede una bicicletta attraverso il servizio a domicilio per le riparazioni del mezzo. Qualsiasi tipo di bicicletta (da città, da bambino, da corsa, mbt), monopattini ed anche carrozzine per invalidi.

La Ciclofficina Conte, inaugurata nella serata di mercoledì scorso, rappresenta allora un ulteriore punto di svolta nella vita professionale di chi ha scelto di restare nella propria terra, a beneficio dell’intera comunità ionica. Un’attività che può nascere solo dalla passione. E con la stessa, con perseveranza, va fatta crescere. 

Come un fiore nel deserto: l’invito alla castità di Francesco

Quante coppie arrivano al matrimonio senza aver avuto un rapporto intimo? Conosce la risposta lo stesso papa Bergoglio, che tuttavia, alla comunità dei fedeli e non credenti, indica la direzione, la strada da percorrere… La vera trasgressione oggi è il ritorno alla purezza. Che significa, riscoprire il piacere dell’attesa e della lentezza, della scoperta e della conoscenza; assaporare e non sperperare quel patrimonio immenso chiamato Bellezza. Ecco perché il messaggio di Francesco va letto come un accorato invito e non come un monito. Né un’ingerenza nella sfera privata e nella libertà delle persone che mirano al matrimonio. Arriva in tempi nei quali, come sempre, il credente è chiamato ad andare controcorrente. Non è un ritorno al Medioevo, insomma. La Chiesa romana cattolica, e il successore di Joseph Ratzinger particolarmente, si adeguano ai nuovi tempi senza rinnegare la Parola eterna. La comunità dei credenti ha il dovere di far aprire gli occhi su ciò che più conta.

LE NUOVE LINEE PER LA PREPAZIONE AL MATRIMONIO. “Non deve mai mancare il coraggio alla Chiesa di proporre la preziosa virtù della castità, per quanto ciò sia ormai in diretto contrasto con la mentalità comune”. Così il documento per il Dicastero dei Laici traccia l’orientamento. Ne sono coinvolte, in un rapporto dialettico, l’istituzione e le coppie: “Vale la pena di aiutare i giovani sposi a saper trovare il tempo per approfondire la loro amicizia e per accogliere la grazia di Dio. Certamente la castità prematrimoniale favorisce questo percorso”. L’obiettivo è assicurare la solidità del matrimonio. Creare basi solide, perché il castello non cada dopo poco tempo. Il Vaticano intende avere come interlocutori anche le coppie conviventi. E l’astinenza, chiarisce il documento, può essere praticata in alcuni momenti anche nello stesso matrimonio. Naturalmente come libera scelta. Espediente per mantenere accesa la fiamma della passione, che è uno degli ingredienti utili a tenere insieme le coppie.

Mafia e crimini mondiali: l’assuefazione, un rischio da scongiurare

Sono immagini che fanno accapponare la pelle. E quest’effetto devono generare, pur a distanza di anni: ne sono passati trenta esatti dalla strage di Capaci, quando persero la vita il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta: Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Allora la rassegnazione era il sentimento dominante. Oggi invece possiamo provare che quello stesso attentato dinamitardo, inteso come il momento più alto della ferocia criminale, ha squarciato l’asfalto dell’omertà e della indifferenza delle quali sono state colpevoli per molto tempo le comunità. Un risultato che va consolidato attraverso l’esercizio della memoria. Perché l’assuefazione rispetto ai crimini compiuti dalla mafia, dalle grandi organizzazioni criminali, e non soltanto (si pensi alle immagini terrificanti che dalla guerra in Ucraina continuano ad arrivare), è un rischio sempre reale.

A rileggere l’ultimo editoriale di Giovanni Falcone emerge lo scoramento e il senso di impotenza, la denuncia di chi sapeva di avere il destino segnato; ma anche barlumi di speranza. Si intitola “Il lento passo della legge” ed è stato pubblicato il 7 gennaio 1992 su La Stampa:

NON sono ancora sbiadite le immagini dell’ennesimo funerale di Stato, toccato questa volta al sovrintendente di polizia Salvatore Aversa e alla sua sventurata moglie, uccisi dalla mafia. Immagini, è doloroso doverlo ammettere, che ci hanno rimandato una chiara sensazione di “già visto”. Come se fosse stato riproposto un copione scritto da tempo e “buono” per tutti gli omicidi eccellenti, abbiamo sentito autorevoli opinionisti sollevare pesanti interrogativi sull’efficacia con cui le istituzioni combattono, così si dice, la criminalità organizzata nel nostro Paese. Il Presidente della Repubblica, in particolare, interpretando lo sdegno dell’intera collettività, ha rimarcato la necessità di affrontare in modo serio il problema, prima di dover cedere alla tentazione di ricorrere a leggi eccezionali. Eventualità già “bocciata” da più di un esponente delle istituzioni e della cultura e definita rimedio peggiore del male. Nel bozzetto di prammatica non sono mancate le diatribe tra politici locali e la “ferma e incrollabile decisione” di perseguire esecutori e mandanti della efferata esecuzione mafiosa, rivendicata dalle autorità centrali.

Tutto previsto, dunque. Anche il fatto che tra pochi giorni nessuno si ricorderà più del sovrintendente Salvatore Aversa, come è già stato rimosso dalla memoria collettiva il nome di Antonino Scopelliti o di Rosario Livatino, giudici assassinati soltanto qualche mese fa, e il nome di Antonino Scopelliti o di Rosario Livatino, giudici assassinati soltanto qualche mese fa, e i nomi di tutti gli altri magistrati e investigatori caduti, come si suole dire con pudica metafora, nell’adempimento del proprio dovere.

L’indignazione, così, cede progressivamente il passo all’assuefazione verso crimini indegni di un Paese civile e ci si rassegna all’idea che zone sempre più vaste del territorio nazionale ubbidiscano a regole che non sono quelle imposte dalla legge dello Stato. Nello stesso tempo, tranne isolate eccezioni che rasentano e spesso raggiungono l’eroismo, cresce la disaffezione di magistrati e forze di polizia verso il proprio lavoro. Perde efficacia l’azione di contrasto verso la criminalità, che, di contro, da questa certezza di impunità, riceve sempre più vigore. Eppure c’è chi continua a meravigliarsi ipocritamente della scarsa efficienza dell’azione dell’apparato repressivo, fingendo di dimenticare le quotidiane intimidazioni e le rappresaglie cui vengono ogni giorno sottoposte le forze dell’ordine. Tutto nella più totale e generale indifferenza. Anzi, qualche volta, nella ipocrita negazione di una verità: la lotta alla criminalità non è più un problema di alcune aree del Meridione ma una delle emergenze prioritarie del nostro Paese.

Come non ricordare quanto accade, per esempio, in Puglia, regione fino a poco tempo fa ritenuta immune dal contagio mafioso. Due attentati in pochi giorni contro il palazzo di giustizia di Lecce, che poco allarme hanno suscitato; e, ieri infine, la notizia dell’esplosivo sui binari alle porte della città barocca, che altri lutti non ha provocato solo per un caso. Gli investigatori attribuiscono alla mafia locale la paternità di tali intimidazioni.

Continua a mancare, a nostro avviso, una risposta istituzionale adeguata che faccia comprendere a tutti, e principalmente alla malavita, che quanti, magistrati, poliziotti o anche semplici cittadini si oppongono allo strapotere mafioso, non sono soli ma godono della solidarietà delle istituzioni e di quella società civile alla quale pure si chiede una reazione, per esempio di fronte al dilagare della piaga delle estorsioni. Ma non si può ignorare che, per ottenere una “nuova” solidarietà dai cittadini, lo Stato deve cambiare registro, abbandonando la mentalità burocratica e le tecniche obsolete con cui finora si sono affrontati i problemi legati alla lotta alla mafia per approdare soprattutto ad una “nuova professionalità”.

Le modifiche recentissime dell’ordinamento delle forze di polizia e degli uffici del pubblico ministero sono state adottate appunto per creare organismi agili e moderni in grado di opporre alla malavita efficaci strategie di lotta. Ma bisogna dire con chiarezza che siamo soltanto all’inizio, basti pensare, d’altra parte, che la riforma degli uffici del pubblico ministero non ha ancora esaurito l’iter legislativo. Con queste iniziative si è appena colmato, e solo in parte, il grave ritardo nell’adozione di indispensabili strumenti legislativi per la lotta alla mafia. Sbaglia, dunque, chi ritiene siano stati compiuti decisivi passi in avanti. Adesso viene la parte più difficile: dotare gli uffici di adeguati mezzi logistici e formare le “nuove professionalità”. Certamente non si parte da zero, ma non si può nemmeno parlare di situazione soddisfacente, come confermano i risultati poco esaltanti degli ultimi anni.

La strada è lunga e in salita e non servono scorciatoie di alcun tipo: neppure il ricorso ad eventuali leggi eccezionali. Probabilmente accadrà di trovarsi ancora a dover piangere per lutti di mafia, ma guai se dovessimo lasciarci andare al senso di frustrazione e di impotenza che finora hanno accompagnato le tante, troppe, uccisioni di persone per bene.

Cittadella della Carità: un punto di riferimento, nonostante le criticità

Taranto. La voce della protesta, e quella di chi l’ascolta prendendone le distanze. Due posizioni che devono riconciliarsi, a beneficio dell’intera comunità. Perché la Cittadella della Carità resta un punto di riferimento, presidio indispensabile della sanità locale, nonostante le criticità. Il riconoscimento viene dal Management sanitario. Che con un comunicato ha risposto al sit-in dei lavoratori andato in scena ieri in città, davanti la Prefettura. “Siamo consapevoli delle difficoltà che la Fondazione tutta sta attraversando – riporta la nota – come d’altronde tutto il comparto della Sanità, ma siamo anche consapevoli del percorso in essere del CdA volto a sanare le situazioni di criticità provenienti dal passato”. C’è da considerare il lavoro encomiabile svolto negli ultimi tre anni. I medici della Cittadella infatti, chiarisce lo stesso comunicato, sono stati protagonisti, nonostante la tragedia della pandemia Covid: sono riusciti a mantenere alti tassi di occupazione dei posti letto accreditati sia in Rsa che nella Casa di Cura Arca, elevati livelli di qualità di assistenza sanitaria, tali da garantire il controllo della situazione epidemiologica.

I NODI DA SCIOGLIERE. Dalla parte dei lavoratori, i sindacati – Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fp, Fials e Ugl. I segretari di categoria chiedono la mediazione del Prefetto per la risoluzione delle questioni che vanno dal piano industriale alla condizione economica dei lavoratori. Sono in 160 ad avanzare uno stipendio, due premi di produzione e una quota di tredicesima. Quanto al futuro della stessa struttura, le rassicurazioni sono arrivate dal Management sanitario che, accreditando il reparto di Cardiologia come punto di riferimento per lo scompenso cardiaco nella città di Taranto, ha parlato di un ampliamento dei posti letto della Rsa. Il processo di rinnovamento è ininterrotto e assicurato anche dall’acquisto di nuova strumentazione capace di far funzionare al meglio la Cittadella della Carità. I risultati ci sono, insomma (tra le iniziative realizzate, la “Stanza degli abbracci”). Ma il pagamento degli stipendi deve essere messo in cima alle priorità.

Terzo settore, come ripartire dalla crisi pandemica: nasce la Rete delle Culture

Dare una risposta concreta alle esigenze degli enti non lucrativi che operano nel settore culturale e sociale. Accompagnarli in questa lunga fase di transizione, facendo in modo di non disperdere quel patrimonio di esperienze che, in ogni parte del Paese, animano le comunità: è l’obiettivo della neonata Rete delle Culture. A volerla, l’associazione Mecenate 90. L’iniziativa è stata condivisa da numerose realtà, come l’associazione no profit “Le cose che vanno International”, fondata e presieduta da Mirko Marangione. Come chiarito dalla stessa Mecenate 90, la Rete delle Culture guarda al complesso tessuto associativo culturale, alle piccole e medie strutture piuttosto fragili, animate anche da volontari. La crisi pandemica ha messo a dura prova i luoghi e le attività culturali. Particolarmente le piccole organizzazioni non profit collocate nelle aree periferiche delle città, che rischiano di non riuscire a ripartire e ad adeguarsi alle innovazioni introdotte dal Codice del Terzo Settore. La Rdc vuole quindi essere punto di aggregazione e luogo di co-progettazione.

Una ventina le organizzazioni che hanno costituito questa nuova realtà nei giorni scorsi; alla guida c’è il presidente eletto Ledo Prato, segretario generale di Mecenate 90, con l’intenzione di raggiungere le cento adesioni di Enti del Terzo settore, e l’iscrizione al Runts. È un progetto in itinere frutto di un lavoro lungo e compartecipato. La mission si colloca “in una fase difficile di attuazione della riforma del Terzo settore, in assenza di indicazioni chiare circa il regime fiscale da adottare per gli Ets”. Quel che è certo è la perdita di numerose agevolazioni fiscali per quelle associazioni culturali che non si iscrivono al Runts. Registro che rappresenta la principale novità del Codice del Terzo Settore. Per tutti i membri, la Rete si propone di essere punto di riferimento, di rappresentanza, e motore di innovazione in un percorso di crescita.

I FONDATORI – Mecenate 90 e Fondazione Trame, Coop. Itinera, Associazione Ecomuseo Casilino, Associazione Europassione per l’Italia, Consorzio Jobel, Associazione Officine Culturali, Coop. La Paranza, Società nazionale salvamento Odv, Associazione Il Meglio della Puglia, Associazione Ctg Val Musone, Associazione 34° Fuso, Associazione delle Arti, Consorzio di Cooperative Oltre la Rete, Associazione Pietre Vive, Ass. Le Cose che Vanno International, Unione delle Pro Loco d’Italia, Coop. Terra Felix, Associazione Tools for Culture.

L’inutile pressing dei sindaci sull’obbligo della mascherina all’aperto

“Se ci fosse un provvedimento nazionale, come abbiamo spiegato al Governo, sarebbe tanto di guadagnato, perché daremo un segnale unico all’intero Paese”. Così Antonio Decaro ha invocato l’obbligo della mascherina all’aperto. L’obiettivo è ridurre la circolazione del virus, nelle ore in cui i contagi aumentano, unitamente alla preoccupazione per la “Omicron”, per la quale i ministri della Salute del G7 richiedono un’azione urgente – l’allarme è stato comunque ridimensionato dalla scienziata Angelique Coetzee, che parla di sintomi lievi indotti dalla nuova variante. In Italia i sindaci stanno facendo pressing sul Governo perché lo stesso valuti l’opportunità di rendere obbligatorio l’uso della mascherina all’aperto su tutto il territorio nazionale, dal 6 dicembre al 15 gennaio. Lo fa sapere il sindaco di Bari e presidente dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) guardando ai giorni nei quali le strade cittadine vanno riempiendosi di gente. L’obiettivo, per quel periodo coincidente con le festività natalizie, è aumentare le restrizioni, per chi non ha fatto il vaccino particolarmente. Secondo lo stesso Decaro, usare la mascherina anche all’aperto significa abbattere significativamente (“almeno del 50 per cento”) la possibilità di diffondere il virus.

Premesso che la prudenza non è mai troppa, c’è da interrogarsi sull’utilità della proposta, diventata già realtà in diversi comuni, nei centri storici. Servirebbe veramente? Se c’è qualcosa che abbiamo imparato in questi quasi due anni di convivenza col virus maledetto è che per essere contagiati bisogna essere a contatto stretto e piuttosto prolungato con la persona infetta: al netto della straordinaria contagiosità di questa o di qualsiasi altra variante, appare altamente improbabile che, incrociando in strada una persona positiva al Covid, un individuo (peraltro vaccinato) possa essere contagiato in una frazione di secondo. Altro discorso ovviamente è l’assembramento. Quelle condizioni di stazionamento, nelle quali il Covid può trovare in effetti terreno fertile. Più dell’obbligo generalizzato della mascherina all’aperto, sarebbe opportuno affidarsi al buonsenso. Ovvero cautelarsi anche laddove non interviene la legge. Nel contenimento della circolazione virale, che in Italia resta più bassa rispetto agli altri Paesi Ue, è bene intervenire e investire nei luoghi al chiuso: assicurarsi che il green pass venga controllato ad ogni ingresso, potenziare la rete dei mezzi di trasporto; mettere in sicurezza il mondo della scuola, dove aumentano i focolai, per l’assenza di distanziamento. Magari far rispettare l’obbligo della mascherina nei palazzetti e negli stadi, dove abbondano le strette di mano e gli abbracci. Ma almeno, quando siamo a passeggio su una strada pressoché deserta, ci sia concessa la libertà di respirare l’aria assaporando anche l’odore del freddo senza avere indosso quella museruola tanto odiosa quanto benedetta.

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Turismo, il personale che non si trova: la colpa è degli sfruttatori

Gli stranieri fanno il lavoro che gli italiani non vogliono fare. O meglio, lo fanno alle condizioni che i nostri connazionali ritengono di non dover accettare: paghe misere, alloggi non idonei, ore di servizio interminabili. Così, nel comparto turistico, si fa necessario il ricorso al personale straniero, quest’anno. E questo, per il ministro del Turismo Massimo Garavaglia, rappresenta un paradosso. Il ministro “dà i numeri” senza tentare di avventurarsi in una disamina più profonda, nella ricerca delle ragioni che stanno alla base del diniego tra i giovani e meno giovani aspiranti al lavoro, inteso (ancora) come strumento di dignità. “Al comparto turistico mancano tra le 200mila e le 300mila figure lavorative. Un paradosso se si pensa che il Paese paga un tasso di disoccupazione al 9%”, ha detto intervenendo al video-forum 2021 sul cantiere delle riforme del Governo Draghi per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza organizzato da ItaliaOggi, rilevando inoltre l’imminenza della stagione invernale, concomitante con le tante richieste pervenute per far partire il decreto flussi al più presto. Già, perché in tanti vorrebbero raggiungere per motivi di lavoro lo Stivale, mentre gli italiani vogliono beneficiare delle infrastrutture per fare le vacanze; altrettanti badano ai loro affari, agli interessi legittimi personali, tra un’ondata di contagi Covid e l’altra, senza troppo curarsi dei diritti fondamentali di ogni lavoratore ed essere umano. Rifiutare il lavoro (quello sì) è un paradosso. Perché, alle giuste condizioni, nobilita l’uomo riempiendogli l’esistenza.

Reddito di cittadinanza – La misura rifinanziata con 200 milioni di euro dal Governo Draghi si colloca nell’azione di contrasto alla povertà. Ovvero all’esclusione sociale e alla disuguaglianza, per mezzo del sostegno economico, provvisorio: l’obiettivo è, resta, il reinserimento lavorativo di quanti beneficiano dell’integrazione al reddito da nucleo familiare. Ma quale lavoro costoro dovrebbero trovare e poi accettare? Se destinati ad essere sottopagati, bene fanno a continuare ad intascarsi il Rdc, utile anche a combattere la precarietà, il sistema di sfruttamento vero e proprio retto dalla spremitura della manodopera. Che avviene nel comparto del turismo e non soltanto. I nodi da sciogliere sono tanti. La stessa misura va nella direzione del ridimensionamento: la stretta voluta sul Reddito di cittadinanza, al fine di migliorarlo, potrebbe prevedere decurtazioni da 5 euro al mese, a partire dal sesto di inattività. Se non la revoca del beneficio qualora la proposta di lavoro venga rifiutata. Gli strumenti cambiano, la questione di fondo resta immutata da anni. La comunità europea ci potrebbe dare una mano: l’Italia si dovrebbe adeguare agli standard globali che accettano i Paesi più civilizzati. Si pensi alle politiche sociali avviate dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Laddove si ritiene congruo, dignitoso, un salario minimo di 15 dollari all’ora, utile a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori americani.

Metalli pesanti, il calvario di Carlo Calcagni nell’indifferenza dello Stato

Chi scrive ha avuto il privilegio di pedalargli accanto. Non molto tempo fa, in gara: era e continua ad essere un atleta straordinario, il leccese Carlo Calcagni. Semplicemente uno che non molla mai. E che è capace di fare dello sport, del ciclismo in particolare, la sua ragione di vita, il farmaco più efficace. Il male che non può curare lo ha incontrato durante una missione internazionale. Era il 96 del secolo scorso quando, in compagnia di altri 3mila soldati italiani, il paracadutista e pilota istruttore di elicotteri fu inviato in Bosnia Erzegovina per dare il proprio contributo alla missione di pace della Nato “Joint Endeavour”, funzionale al soccorso civile e militare. Mentre i militari americani erano informati dei pericoli ai quali si sarebbero esposti operando in quell’area, e per questo indossavano strumenti di protezione adeguati (maschere, tute speciali, respiratori a circuito chiuso), gli italiani no. “I vertici militari e politici sapevano, ma hanno volutamente taciuto”, ha denunciato Carlo Calcagni. Che si è ammalato gravemente dopo pochi anni. La stessa missione, infatti, gli ha procurato una massiccia contaminazione da metalli pesanti. Il nemico ha avvelenato ogni cellula del suo corpo generando una grave malattia neurologica cronica degenerativa ed irreversibile. L’unico rimedio sono i farmaci, dei quali l’uomo è costretto a fare incetta sempre (300 pastiglie al giorno, 7 iniezioni, 4 o 5 ore di flebo). Ma le sofferenze fisiche e morali permangono. Le sue notti sono spesso insonni, passate in compagnia del ventilatore polmonare.   

La storia di Carlo Calcagni, raccontata da Michelangelo Gratton per Ability Channel (docu-film “Io sono il Colonnello”), è nota ma non troppo divulgata. Recentemente se n’è occupata la trasmissione televisiva “Le Iene”: l’inviato Luigi Pelazza, che ha interpellato anche il Sottosegretario di Stato al Ministero della difesa Giorgio Mulé. Un lavoro prezioso quanto inefficace. Perché a distanza di cinque mesi, nulla è cambiato. Lo ha denunciato lo stesso CC dichiarando di essere disposto a rinunciare al risarcimento milionario pur di ricevere una parola di scusa da parte delle istituzioni. Un atto dovuto che andrebbe esteso a quanti condividono lo stesso dramma.

Ciononostante la testimonianza della “Vittima del dovere” è un inno alla vita. Che va vissuta fino in fondo, in ogni circostanza. A costo di subire ingiustizie senza soluzione di continuità. Tra le ultime c’è l’esclusione dalle Paralimpiadi di Tokyo, inflitta dalla commissione tecnica classificatrice, per la quale il male di cui soffre il Colonnello Calcagni non soddisferebbe i criteri minimi per il ciclismo paralimpico. Sebbene lo stesso sia stato riconosciuto come malattia professionale con il 100 per cento di invalidità permanente. Ebbene la “colpa” di Carlo Calcagni, confida lui stesso, è quella di avere una tempra ed una resilienza straordinaria, tali da non conferirgli l’aspetto del malato. Il ciclismo ha sempre fatto parte della sua esistenza. Le due ruote prima, il triciclo successivamente, devono restituirgli la bellezza della libertà, il dominio della fatica e dell’imprevisto. Mentre il resto sfugge alla nostra volontà. Perché espressione di un disegno troppo grande.  

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Cinghiali, l’emergenza che la politica non può più ignorare

La premessa è che anche il cane può attraversare improvvisamente la carreggiata provocando un incidente più o meno grave. Nessuno però, tra quanti possono definirsi membri di una civiltà, si sognerebbe mai di abbattere il fido amico dell’essere umano. Per quest’ultimo raramente il cinghiale rappresenta un pericolo reale. Al netto degli incidenti che possono verificarsi quando si è alla guida di un’auto… È successo anche nella provincia di Taranto: sulla statale 13 (Castellaneta – Castellaneta Marina), alle prime luci dell’alba, un veicolo si è scontrato violentemente con un cinghiale di grossa taglia. Fortunatamente l’uomo che era al volante, diretto ai campi per andare a lavorare, ha riportato solamente uno spavento grave. Ha riportato danni, però, la carrozzeria della sua macchina. L’incidente avrebbe potuto avere esito drammatico se lo stesso veicolo avesse impattato con il cemento dei canali presenti a bordo carreggiata.

L’episodio non è certo isolato. E ha raccolto le proteste della Cia – agricoltori italiani. Che ha segnalato anche la presenza di un branco avvistato alle porte di Ginosa marina. “È inaccettabile che il proliferare fuori controllo dei cinghiali (scorrazzano nelle campagne raggiungendo anche i centri urbani, ndr) metta quotidianamente a rischio onesti lavoratori che si recano ogni giorno a lavorare, per non parlare di quello che i branchi di ungulati combinano nei campi, distruggendo intere coltivazioni”, ha denunciato il presidente di Cia Due Mari (Taranto – Brindisi) Pietro De Padova. L’allarme è giustificato. Al presidente De Padova fa eco Vito Rubino, direttore della declinazione provinciale di Cia Agricoltori italiani della Puglia: ambedue hanno sottolineato la necessità di proteggere sì gli animali, ma anche gli esseri umani, e perché “questa situazione non può più continuare, si assumano le giuste decisioni per evitare conseguenze irreparabili. Le segnalazioni e i danni prodotti dai cinghiali si sono moltiplicati dalla provincia ionica al foggiano. Al punto che si fa necessaria la costituzione di una task force regionale, con l’abbattimento dei capi attraverso un controllo selettivo, e la realizzazione della filiera del cinghiale in Puglia.

Cosa fare in caso di incontro ravvicinato con l’animale? Gli esperti raccomandano in primis la calma, motivata dalla consapevolezza che i cinghiali, al pari della maggior parte degli animali selvatici, temono l’essere umano. È poi necessario farsi sentire – con un bastone, magari, se l’incontro avviene lungo un sentiero. Quello che non bisogna assolutamente fare è scappare o dare le spalle all’animale. Occorre invece fermarsi, mantenere sempre la calma, e la debita distanza; poi osservare il comportamento del cinghiale, o del branco: generalmente se ne vanno. In circostanze particolari si può considerare l’opportunità di mettersi al riparo da un eventuale attacco salendo su un albero o su un muretto alto più di un metro. Quindi aspettare. Perché pazienza e sangue freddo, per chi li ha, rappresentano la migliore arma.    

Denatalità ai massimi storici: invertire il trend è obbligatorio

La questione non viene percepita in tutta la sua gravità dall’opinione pubblica. Eppure, l’allarme è giustificato dai numeri dati e dalla proiezione dell’Istat: per la prima volta, i nati in Italia, a conclusione dell’anno in corso, scenderanno sotto la soglia dei 400mila – verosimilmente intorno ai 390.000. Ciò significa che il Belpaese è destinato a veder dimezzata nel lungo termine la sua popolazione: da 60 milioni di abitanti a 30. Parallelamente non si arresta il processo di invecchiamento. Che comprensivo di costi, non è cominciato certo oggi. Ma la pandemia, nei suoi effetti catastrofici, lo ha velocizzato ancora: l’ondata dell’autunno scorso ha peggiorato il trend, negativo dal 2014. La scelta di fare figli è condizionata dalle ansie per il futuro e dalle precarietà di oggi. Gli effetti sull’economia, allora, possono essere altrettanto catastrofici. Infatti, se fosse confermata la proiezione, il Prodotto interno lordo scenderebbe del 6,9 per cento entro il 2040, quando la popolazione andrebbe giù di circa 4 milioni. Le conseguenze sono pesanti sul welfare dell’intero Paese. Si pensi al sistema pensionistico, alle pari opportunità, o al mondo del lavoro.  

Per combattere la denatalità è fondamentale sensibilizzare la politica e gli esperti di comunicazione. L’obiettivo dovrebbe essere quello di rassicurare le coppie fornendo loro gli strumenti per vincere la paura di diventare genitori, e di non poter disporre di servizi adeguati, idonei alla crescita dei figli nella prima età della formazione. La questione demografica era stata già affrontata dal premier Draghi agli Stati generali della Natività dichiarando che un’Italia senza figli è destinata a invecchiare e a scomparire. Per questo, il sostegno economico alle famiglie diventa fondamentale attraverso lo strumento dell’assegno unico come misura epocale, storica, che dal 2022 sarà estesa a tutti i lavoratori.

Se la situazione è critica in Italia, non se la passano bene altrove: persino in Cina, il governo intende intervenire sul numero degli aborti riducendone la pratica laddove non sussistono le cosiddette ragioni mediche.

Invertire il trend si può. Perché la ripresa post pandemia investe ogni settore. Di certo, le precedenti stime sono state disattese in toto: l’epoca delle quarantene, della convivenza forzata delle coppie, il maggior tempo a disposizione non hanno prodotto alcun boom di nascite. Mentre, come sappiamo, il virus ha aumentato in Italia i morti (più di 130mila). Le preoccupazioni riguardano anche le coppie interessate alle procedure di procreazione medicalmente assistita. Infatti, in diverse regioni, si registra un calo del 30% dell’uso di farmaci necessari per le pma, diversamente da quanto verificatosi l’anno scorso. Il sostegno a quelle coppie va garantito attraverso l’attuazione dei livelli essenziali di assistenza (Lea) per consentire un più facile e giusto accesso alle cure. L’auspicio inoltre è che la genitorialità si raggiunga nei giusti tempi: l’età media di chi diventa madre oggi è superiore ai trenta.

Inchiesta fondi Lega, solidarietà a Fanpage

Libertà di stampa e opera di denuncia. Due prerogative che dovrebbero appartenere al giornalismo indipendente, libero, come quello di Fanpage, capace di non guardare in faccia a nessuno nel fare il proprio lavoro. La testata online ha firmato una video inchiesta sui fondi della Lega denominata Follow The Money. Che realizzata da Backstair (team investigativo composto da Carla Falzone, Sacha Biazzo, Marco Billeci e Adriano Biondi), evidentemente non è piaciuta a tutti: il Tribunale di Roma vuole sequestrare e oscurarne i contenuti. Si tratta di un provvedimento che rimanda a pratiche mai utilizzate in Italia – denuncia la stessa Fanpage – che limita la libertà di stampa e che ci riguarda tutti. L’inchiesta è incentrata sui 49 milioni di euro di rimborsi elettorali ricevuti illecitamente dalla Lega. E su una intercettazione, ripresa da una telecamera nascosta: quanto pronunciato sul comandante generale della Guardia di Finanza, Giuseppe Zafarana, dall’ex sottosegretario all’Economia Claudio Durigon. Il quale diceva a un suo interlocutore che non bisognava preoccuparsi dell’inchiesta della procura di Genova su quei fondi perché il Generale della Guardia di Finanza “l’abbiamo messo noi”. I soldi sarebbero stato ottenuti in maniera fraudolenta dalla Lega, tra il 2008 e il 2010; degli stessi, però, non c’era traccia, al momento della confisca, nei conti correnti del partito.  

Per il giudice sussistono le “esigenze cautelari in ordine al concreto pericolo di reiterazione di reati della stessa specie di quello per il quale si procede, nonché il pericolo di perpetuazione ed aggravamento degli effetti dannosi del reato in considerazione della diffusività della pubblicazione di notizie diffamatorie tramite siti internet e ciò anche in considerazione delle non chiare e verosimilmente illecite circostanze nelle quali  è captata la conversazione dell’onorevole Durigon all’insaputa dello stesso”. Questo quanto si legge nel decreto del Tribunale di Roma. Per lo stesso “sussistono gravi indizi in ordine alla sussistenza dei reati” ipotizzati nella querela depositata proprio da Zafarana il 28 luglio scorso. L’ordine di sequestro è arrivato dal Giudice per le indagini preliminari di Roma Paolo Andrea Taviano; il decreto, notificato nelle scorse ore nella redazione di Fanpage.

L’auspicio è che la vicenda possa concludersi senza produrre danni ulteriori. Conosciamo la professionalità di Fanpage, autrice di inchieste importanti, quanto pericolose. E sebbene possa commettere errori (in sensazionalismo magari spesso eccede), al netto dei contenuti dell’inchiesta in questione, non si può oscurare un contenuto giornalistico. Non si può, è inammissibile farlo preventivamente in un Paese dove vige la democrazia e la Costituzione, per il presunto reato di diffamazione, prima che sia accertata la verità. La conferma viene dalla Suprema Corte di Cassazione. Peraltro, non si può procedere contro ignoti, quando gli autori dei servizi e il direttore sono noti: gli stessi, non indagati, non possono difendersi, in questo modo.

Quando la legge prevarica il buonsenso e la carità

La vicenda ha del grottesco. Sembrerebbe una barzelletta, con protagonista l’Arma più sbeffeggiata e più amata d’Italia: un uomo è stato multato perché si recava a piedi al campo santo. L’uomo in questione è don Angelo Pulieri che si trovava in vacanza in un piccolo comune della Basilicata – Terranova di Pollino, mille anime tra le province di Potenza e di Cosenza. Lì ha voluto darsi a un esercizio di pietà raggiungendo il cimitero per pregare sulla tomba di persone a lui care. Ebbene, una pattuglia dei carabinieri lo ha fermato e multato perché stava percorrendo una strada provinciale. Dove l’accesso ai pedoni è vietato. Incredulo il religioso, si giustificava sostenendo che le caratteristiche della strada attraversata, piuttosto angusta e poco trafficata (l’unica che porta al cimitero, dal centro abitato), non potevano fargli pensare alla provinciale. “Ma non c’è stato nulla da fare: mi hanno ugualmente multato”, ha dichiarato il sacerdote noto e stimato a Taranto, la città in cui  è nato. La stradina è lunga meno di un chilometro. Intransigenti  i militari, nel verbale, peraltro, hanno scritto che il trasgressore faceva del trekking. Insomma, pure sordi oltre che zelanti! Don Angelo ha pagato la sanzione prima che la stessa lievitasse. Se l’è cavata con 18 euro, evitando di fare ricorso, per non avere rogne e per risparmiare. Quando tornerà in vacanza, visitando posti nuovi magari e strade che non conosce, si comporterà allo stesso modo, a quanto pare. Ricordando di essere un sacerdote per 364 giorni l’anno. Ovvero che la carità non va mai in vacanza, nemmeno se si imbatte in chi dovrebbe guardare altro, e occuparsi di questioni più serie, importanti. I carabinieri avrebbero potuto interpellare le loro coscienze. Prima di multare, portando rispetto per la “divisa” indossata dalla persona fermata, potevano ascoltare quella voce interiore che separa il bene, la convenienza dal male. Come dovremmo fare tutti, in ogni circostanza.