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Caro bollette, azienda dona ai suoi dipendenti oltre 1700 euro

Modelli virtuosi. Ce ne sono anche in Italia: tra gli ultimi, si pensi ad esempio all’imprenditore friulano Guido Zabai, titolare della Media digital business srl, che nella busta paga di aprile ha regalato mille euro ai suoi dipendenti. Un gesto di solidarietà e di aiuto concreto verso chi è più provato dal caro bollette. La crisi morde anche in Inghilterra dove, per contrastare l’aumento del costo della vita, i capi di un’azienda di software con sede in York hanno dato a ogni lavoratore un aumento di stipendio di 1500 sterline (equivalenti a 1760,65 euro). Una cifra consistente. Che va incontro alle esigenze delle famiglie alle prese con l’aumento delle bollette, dall’energetica all’acqua, e dai prezzi di benzina e diesel, saliti il mese scorso a livelli record. Al di là dell’emergenza, la politica dell’azienda è questa, fatta di promozioni e aumenti salariali pianificati, oltre al bonus extra.

La vicenda è riportata dal quotidiano britannico Mirror. I protagonisti, che si sono meritati il plauso del personale da loro diretto, sono i co-fondatori di RotaCloud: Joel Beverley, David Brandon e James Lintern. Quest’ultimo ha così motivato il gesto: “Siamo tutti dolorosamente consapevoli dell’aumento del costo della vita, quindi come azienda volevamo aiutare a sostenere parte della pressione. Volevamo che l’aumento fornisse a tutti un po’ di sollievo e rassicurazioni immediate, e speriamo che aiuti a combattere parte dell’incertezza che molti di noi stanno provando in questo momento”. L’incertezza in effetti accomuna non soltanto i cittadini dell’Inghilterra ma l’intero Occidente. E mentre ci addentriamo in tempi di guerra, possiamo constatare che l’umanità sopravvive agli orrori delle devastazioni, ai missili, alle bombe. Come pure i sentimenti di empatia verso chi è in sofferenza. E ci piace quel “dolorosamente”: il datore di lavoro che si comporta come un padre di famiglia, premuroso, onesto; che ha a cuore la felicità dei suoi dipendenti, la dignità della persona. Che comprende razionalmente quanto siamo interconnessi.

Crisi Ucraina, quando a vincere è la paura

Esporsi ma non troppo. Inneggiare alla pace sui social, alla solidarietà, alla presa di posizione coscienziosa, ma non poter scendere in piazza per il timore di ritorsioni. Inviare sostegno vivo, armi al popolo oppresso, in mezzo agli aiuti umanitari, a farmaci e viveri; ma non uomini, truppe, in modo da scongiurare l’allargamento del conflitto, che dalla dimensione mondiale potrebbe presto assumere i connotati della devastazione atomica: per non comprometterci più di quanto possiamo già esserlo agli occhi di chi non rappresenta l’umanità del fratello russo. Accordarsi con una donna ucraina per un’intervista, ma poi ricevere il suo ripensamento, il dispiaciuto rifiuto, perché i suoi genitori hanno casa in Crimea. E naturalmente hanno paura. Nelle ore scorse sono stati raggiunti da minacce via Facebook. La Crimea è sotto il controllo russo – Putin vuole il riconoscimento del territorio invaso nel 2014. E “le minacce arrivano ovunque”. Quando hai familiari e un figlio piccolo, devi pensare alla sicurezza loro. Usare prudenza e la ragione che è ignota all’invasore. Occorre pregare, allora, in certe occasioni, ovvero non distogliere la mente dal bene comune. Guardare immagini terribili e non fermarsi alla censura. Ma nemmeno permettere all’emotività di avere il predominio. Restare razionali e saldi nella fede, sereni, speranzosi, positivi. Un’impresa quasi impossibile. Perché il sentimento dominante nel mortale, nell’umano, è e non può che essere la paura.

Tutto questo è la guerra in Ucraina. Una follia, peraltro anacronistica. Una partita a scacchi contro la morte, il nemico, nella quale il dito si fa tremolante ad ogni mossa. Dove la prova muscolare non può essere risolutiva. Servirebbe, piuttosto, un cavallo di Troia, l’arguzia. La mossa giusta.

Intanto, per un’azione di supporto rapido e concreto, a beneficio della popolazione ucraina colpita e degli operatori umanitari e socio-sanitari, si può aderire all’iniziativa congiunta “Un aiuto subito” promossa da TgLa7 e dal Corriere della Sera.

Covid, l’esplosione dei casi può avere una chiave di lettura non affatto drammatica

“Scoprire che Omicron non induce malattia grave nella stragrande maggioranza dei casi, ha lasciato spazio all’intuizione che possa realmente porre la parola fine alla Pandemia come fenomeno sociale”. È il pensiero del professor Antonio Giordano. Che vede avvicinarsi la fine della catastrofe da noi tutti desiderata, proprio nel momento in cui i casi di positività, in Europa e in Italia, aumentano in modo esponenziale. Ciò non significa che il virus smetterà di circolare e di far danni. Ma che la strada della convivenza con lo stesso si fa sempre più larga. Ce lo insegna la storia, peraltro: sulle pandemie, o pestilenze, si distingue la fine sanitaria da quella sociale: la prima è quando crollano l’incidenza e la mortalità, quando gli ospedali non sono più in difficoltà, o al collasso, perché reggono l’impatto; la seconda, quando svanisce la paura delle comunità. È evidente che si tratta di un processo graduale. Soprattutto richiede tempo il superamento del sentimento insito nella natura umana: la paura sovrapposta alla diffidenza e all’ansia.

La variante Omicron, intanto, rileva l’oncologo di fama mondiale, direttore dello Sbarro institute for cancer research and molecular medicine di Philadelphia, potrebbe creare immunità naturale. La quale dovrebbe portarci verso una cosiddetta nuova normalità. Significa che va prefigurato come un lontano e spaventoso ricordo l’epoca dei lockdown, delle chiusure locali o generalizzate, delle restrizioni capaci di azzerare i momenti di socialità, e di portare al tracollo tanti comparti economici: il virus non può inficiare lo svolgimento delle attività, come ha fatto negli ultimi due anni, in ogni angolo del creato. La conditio sine qua non è l’avanzamento della campagna vaccinale. Va ribadita l’utilità dei vaccini, in particolare della terza dose o booster, efficace a quattordici giorni dalla somministrazione – protegge dalla malattia sintomatica da Omicron, poco meno di quanto proteggono due dosi di Pfizer o Astrazeneca dalla Delta. Lo attestano i risultati prodotti nelle ultime settimane in Gran Bretagna.

Ebbene, l’immunità da realizzare attraverso questa strada (lo scienziato napoletano usa altri termini, ma si tratta della famosa immunità di gregge) dovrebbe garantirci una potente protezione contro i futuri ceppi ipotizzando che il virus venga ridimensionato ad una “forma influenzale che non colpisce i polmoni”, come hanno fatto le varianti alfa, inglese e delta. Le mascherine continueranno a far parte della nostra quotidianità. Perché la prudenza, si sa, non è mai troppa. Nessuno poteva prevedere l’esplosione dei casi a cui stiamo assistendo adesso. E che la variante Omicron soppiantasse la Delta, così presto. Ma il rovescio della medaglia è questo: sono gli ultimi fuochi, tanto disturbanti e pirotecnici nell’inventiva con cui sanno sorprendere rinnovandosi, da guardare a debita distanza, finché la nebbia creatasi non si dirada lasciando il posto al sole e alla speranza.

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Rivoluzione “Fair Fares”, come si aiutano i poveri in modo concreto

La misura risulta ai più modesta. Tuttavia è perfettibile, e può avere ricadute positive, in crescita esponenziale sulla popolazione: parola di David Jones. Per il presidente della non-profit Community Service Society il programma “Fair Fares” è uno strumento indispensabile per la salute pubblica della comunità newyorkese. Lo stesso consente ai più poveri di viaggiare sui mezzi pubblici, autobus e metropolitane, a metà prezzo. Il successo è attestato dal numero record di iscrizioni fatte registrare nel mese di ottobre (255mila). Adesso sono scese a 248.000, calo riconducibile al mancato rinnovo degli abbonamenti scaduti. Complessivamente il trend è positivo, lodevole l’iniziativa. Così, nella metropoli dove ricchezza e povertà coabitano a stretto gomito, il segnale di vicinanza dato dalle autorità ai soggetti più deboli si fa concreto. E pure duraturo: Fair Fares è entrato in vigore nel 2019. Il programma coinvolge più di un quarto di milione dei cittadini a New York. Non è poco. E grazie alla forte campagna di comunicazione, pubblicitaria, messa in moto ultimamente per le strade della metropoli, i numeri sono destinati a crescere ancora. C’è da raggiungere quelle 700mila persone che avrebbero i requisiti per aderire. I beneficiari sono quanti non raggiungono la soglia dei 25.760 dollari. Va sottolineato che, per volere del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, entro il mese di marzo dell’anno prossimo, il salario minimo dei lavoratori salirà a $15 l’ora.

Come funziona il Fair Fares? Il Dipartimento dei servizi sociali della città (Dss) acquista dall’agenzia dei trasporti locali (Mta) i biglietti a prezzo pieno ($2.75) e, attraverso le Risorse umane Administration, li rivende a metà prezzo ai cittadini a basso reddito residenti nella Grande Mela, compresi nella fascia 18-64 anni. A beneficiare della misura, aperta a qualsiasi etnia, sono soprattutto le comunità di colore. Quelle che, pur in tempi di pandemia da Covid 19, continuano a far uso dei mezzi pubblici per andare ogni giorno al lavoro. La stessa catastrofe, dalla quale stiamo uscendo a fatica, aveva costretto il sindaco uscente Bill de Blasio e il Consiglio cittadino a ridurre del 62 per cento la dotazione, pari a 106 milioni di dollari. Il budget è tornato al 50% nel 2021. Inoltre, i finanziamenti potrebbero farsi più cospicui, se la domanda aumentasse anche da parte dei ciclisti, ha assicurato il primo cittadino. Intanto la bella lezione viene dal Paese tornato a crescere economicamente come prima. E chiamato a distinguersi, in qualche modo, dalla rivale Cina. Dall’America al contenente asiatico passando per l’Europa, il tema del trasporto pubblico, la promozione dello stesso all’intera popolazione, si lega poi quello della sostenibilità nella costruzione di un mondo migliore. La città non è fatta per le automobili. Almeno, finché le elettriche non prenderanno definitivamente piede – ammesso che le stesse siano davvero a emissioni zero.     

Global strike: siamo tutti “gretini” stavolta, senza fiatare

La nostra azione dovrebbe essere immediata, rapida e su larga scala. Lo ha detto anche il premier Draghi riportando l’ammonimento dell’Intergovernmental Panel Change delle Nazioni Unite. Il nostro impegno, da non procrastinare, riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra. Diversamente, se non interveniamo, non saremo in grado di contenere il cambiamento climatico al di sotto di 1,5 gradi. Quel che può fare il cittadino è scendere in piazza. Ecco perché, alla luce delle ultime catastrofi (alluvioni, frane, inondazioni, trombe d’aria simili a tornado in Italia), legate a doppio filo al cambiamento climatico, il Global strike si fa carico di significato. L’evento è in programma nella giornata di domani venerdì ventiquattro settembre. Il danno è già fatto: i dati dell’ultimo rapporto dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) dicono che il nostro pianeta si è già riscaldato di 1,1 gradi provocando effetti irreversibili come lo scioglimento dei ghiacciai, la desertificazione e l’innalzamento dei mari. E stando alla proiezione della Nasa, con un aumento della temperatura pari a 1,5°, si avrà che città costiere come Venezia e Cagliari finiranno sott’acqua, con un margine compreso tra i 60 centimetri e gli 1,30 metri. Il quadro è allarmante. E può essere assimilato alla pandemia, perché emergenza di pari entità, per citare le parole dello stesso presidente del Consiglio italiano. Ciascuno dunque è chiamato a fare la propria parte. In modo non più critico soltanto, ma propositivo: molto più di una scommessa, quella della transizione ecologica è una possibilità concreta, nell’immediato, applicabile in ogni comparto: dalla gestione dei rifiuti alla produzione di energia, dai trasporti alla filiera alimentare. Certo, il mondo green costa, orientato alla sostenibilità. Ce lo dice il caro bollette, che si vuole contrastare. Ma se non si intervenisse, nel medio termine, i costi sarebbero enormemente più importanti. È pertanto l’inerzia della politica a dover essere denunciata. Questo, l’obiettivo degli studenti di tutto il mondo che si ritroveranno in piazza per la settima edizione del Global strike. Al netto dell’utilità di eventi di simile portata, dell’azione della protesta in generale, quel che oggi non si può più fare è ironizzare o ridimensionare una questione divenuta ormai emergenziale. Urge intervenire passando dalle parole ai fatti.

Il Global strike, o sciopero globale per il clima, è un evento tenuto su scala mondiale, che coinvolge oltre mille città e 180 in Italia. Prende le mosse da Fridays for Future, il movimento ambientalista fondato da Greta Thunberg nel 2018. Gli scioperi sono cresciuti in modo esponenziale. Hanno raggiunto, infatti, il picco di 7 milioni e 600mila presenze nell’ultima manifestazione globale. Tra le associazioni coinvolte in Italia spicca Legambiente. Che dagli Ottanta è in prima linea nel combattere i cambiamenti climatici. Il settimo sciopero generale è sempre organizzato da Fridays for Future ed Earth Strike.  

Cercasi notizie sui reporter torturati dai talebani

Puniti per aver fatto il loro dovere etico e professionale. Per aver creduto che gli esseri umani sono tutti uguali. Per aver dato ascolto e voce alle donne afghane. Donne la cui bellezza ed intelligenza rendono trasparente l’abito più cupo e mortificante… Taqui Daryabi, Nematullah Naqdu e Mohammad Jalil Ramnaq hanno trovato rifugio nella capitale afghana Kabul, nel quartiere di Barci, abitato da 1 milione e 800mila hazara. Ma di certo non sono salvi e al riparo dalla follia reiterata dei talebani che, in una stazione di polizia, li hanno torturati, a suon di calci e frustate. Per ore lunghe come giornate. L’episodio, avvenuto la scorsa settimana, aveva suscitato un’ondata di indignazione forte, generalizzata. Avevano fatto il giro dei continenti le immagini di quei corpi offesi, assoggettati: spalle, schiena, braccia; glutei, fianchi, cosce e polpacci ricoperti di ecchimosi ed ematomi. L’ondata ora sembra essere scemata. Il silenzio, anzi, si è fatto imbarazzante, tombale: di loro non si occupa più alcuna testata. Nessuna notizia in rete. Mentre i tre reporter colpevoli di aver ripreso, seguito e raccontato il corteo di alcune donne che rivendicavano i loro diritti civili e umani, ovvero le violenze del regime dopo la presa di Kabul, a breve potrebbero essere “giustiziati”. Potrebbero avere la fine segnata qualora venissero presi e catturati dai talebani. L’auspicio è che possano trovare la salvezza attraverso un corridoio umanitario. Ma le notizie intanto, l’unica certa trapelata, non è affatto incoraggiante: il capo della polizia di Ghazni, Molawi Abu Mohammad Mansour, ha intimato ai giornalisti di arrendersi al nuovo potere islamico. Zaki Daryabi, il direttore del giornale per cui i reporter hanno seguito la manifestazione delle donne afghane, tra i principali quotidiani dell’Afghanistan, parla di “eclissi dell’era della libertà di stampa in cui siamo cresciuti negli ultimi vent’anni”. Anche altri giornalisti della stessa testata hanno pagato la loro voglia di giustizia e di umanità venendo arrestati.

Che fare? Gli appelli servono a nulla o a poco, con chi dimostra di essere sordo al dialogo, e storicamente di non essere cambiato. Tuttavia, vanno fatti, con l’estrema forza della fede vissuta nella speranza. Altrimenti smettiamola di credere nella cultura del rispetto e della pace… Gli stessi reporter presenti a Kabul hanno chiesto aiuto rivolgendosi alla comunità internazionale, baluardo della democrazia e della lotta alla violenza in ogni sua forma, perché nel loro Paese non sussistono più le condizioni per lavorare; l’unico ad ascoltarli, ovvero ad esporsi dicendosi intenzionato a fare il possibile per aiutarli, è stato Mohammed Jan Azad, imprenditore afghano che vive e lavora da vent’anni in Italia. E che due di quei valorosi ragazzi torturati, che non hanno nemmeno 30 anni, li ha visti nascere e crescere comprendendo cosa significhi “vivere” sotto il controllo dei talebani. Coi quali l’unica forma di dialogo è la fuga e la chilometrica distanza.