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Alla riscoperta del mito: l’esilio come potenziamento interiore

Levi e Pavese, due piemontesi esiliati nella Magia del Sud

di Stefania ROMITO

Quando l’esilio può divenire motivo di conoscenza e di trasformazione interiore. Così è stato per due intellettuali uniti da un medesimo destino.

Cesare Pavese e Carlo Levi appartengono a uno stesso contesto culturale, quello della Torino degli anni Trenta. Condividevano le medesime amicizie intellettuali (Leone Ginsburg, Bobbio, Franco  Antonicelli) ed entrambi furono inviati dal regime fascista al confino nel Meridione d’Italia nello stesso periodo. Era l’estate del 1935 quando Pavese giunse a Brancaleone in Calabria, in quegli stessi giorni Carlo Levi approdava in Lucania, a Grassano, al di là di Eboli. Entrambi rimasero confinati per circa un anno (fino alla primavera del 1936) ottenendo la grazia con due anni di anticipo.

Per Levi l’esperienza del confino ha avuto l’effetto di avvicinarlo alla questione meridionale, fino a quel momento osservata con sguardo alienato, stimolandolo a trasformare il suo “Cristo si è fermato a Eboli” in responsabilità sociale nella prospettiva di portare sul tavolo dell’impegno politico una questione che doveva essere concepita “di Stato” e non soltanto limitata a una confinata area geografica.

La conoscenza empirica e approfondita del mondo contadino lucano, una realtà altra in cui a dominare è la luce ancestrale di una magia archetipica che trae il suo nutrimento dal rito delle tradizioni, arricchisce Levi intellettualmente fungendo da stimolo per la sua futura produzione letteraria. Pagine in cui il giornalismo onirico incontra la metafisica della cronaca, in una visione antropologica. Una dimensione che affonda le sue radici nella visione mitica dei valori di una realtà primitiva.

Ma se per Levi il mito si lega alla magia del primitivo vibrante nel popolo contadino (tema oggetto del mio intervento all’Università di Milano), in un discorso affine alla ricerca antropologica di Ernesto De Martino che emerge in “Sud e Magia” , per Pavese la ricerca del mito affonda i suoi tentacoli nella classicità.

Anche in Pavese l’esilio a Brancaleone calabro imprimerà un percorso importante nel suo cammino lirico. Il contatto con la mediterraneità lo avvicinerà al mito. Dirà, infatti, alla sorella Maria scrivendole dal suo esilio: “Qui tutto è greco, anche le donne hanno una cadenza greca quando vanno alla fontana a riempire d’acqua l’anfora che portano sul capo”. Proprio a Brancaleone scriverà il suo Zibaldone che diventerà il “Mestiere di vivere” in cui emerge l’importanza della classicità che diventerà pregnante nei “Dialoghi con Leucò”.

Per Pavese il mito ha radici profonde. Per Levi ha la voce del primitivo e del selvaggio che si intreccia a un discorso antropologico. Come sottolinea Pierfranco Bruni (tra i più illustri studiosi di Cesare Pavese) «Il poeta delle Langhe è uno scrittore al di fuori di qualsiasi questione realista che resta sempre dentro quella dimensione del mito che è testimonianza, espressione. Il Pavese iniziatico che sa che nella morte si può rinvenire una nuova vita. Pavese è oltre la letteratura, è dentro il tragico della filosofia che diventa metafisica dell’anima».

Esilio, quindi, come metafora della solitudine. Quella solitudine che diviene strumento di analisi interiore e potenziamento intellettuale che consente di cogliere le magie che si celano nel mistero di una terra che ha sapore di mito: il nostro Meridione.

(Pubblicato su oraquadra.info)

“Ragazzi di vita”, l’evoluzione della prosa narrativa pasoliniana

Omaggio all’autore nel centenario della nascita

di Stefania ROMITO

Verso il 1955 si vanno concentrando molti nodi importanti nella storia della nostra letteratura recente. Che ci sia un’ansia di aggiornamento e di revisione risulta chiaro dal sorgere di molte riviste tra cui “Officina” che, condotta da Pasolini, costituirà la sede più viva di discussione dei rapporti tra politica e cultura. Nel 1956 inizia le pubblicazioni “Il Verri” di Anceschi che terrà a balia i primi vagiti delle neoavanguardie italiane. Del resto, il 1956 rappresenta uno spartiacque dal punto di vista politico e ideologico. L’anno in cui Pasolini pubblica Ragazzi di Vita è un anno-limite, in cui una certa tradizione letteraria  gioca le sue ultime carte e in cui si comincia a intravedere un orizzonte nuovo.

L’abbozzo preparatorio di Ragazzi di vita sarà pubblicato nel volume Alì dagli occhi azzurri, nel quale ci accorgiamo che il modo della prosa pasoliniana si è andato evolvendo. Nei primi brani la figura del narratore è presente come personaggio e tutta la vicenda viene filtrata attraverso i suoi occhi. Avvicinandosi alla stesura del romanzo, lo spazio occupato da Pasolini-personaggio si va restringendo fino a scomparire del tutto nell’ultimo abbozzo intitolato “Dal vero”. Qui i ragazzi di vita vengono lasciati soli dal loro scopritore.

Due capitoli saranno pubblicati in anteprima su “Paragone”. Il primo (Ferrobedò nel ’51) e il quarto (Ragazzi de vita, nel’53). Il caitolo del ’51 presenta diversi cambiamenti: il protagonista non è contrassegnato da un soprannome  (Riccetto) ma da un nome proprio (Lucià). Inoltre la trascrizione del dialetto appare meno accurata.

Il capitolo del ’53 è molto simile alla versione definitiva. Rimane una certa auto-censura che elimina alcune parolacce. Molti critici hanno affermato che non si può parlare di romanzo, ma di una serie di racconti a se stanti. In realtà l’intreccio si presenta assai complicato e non lineare. Si potrà parlare di una struttura ad episodi, i quali vengono collegati con procedimenti romanzeschi

Pasolini provvede al movimento del suo mondo con un artificio che dà il via all’azione e la riporta, al termine dell’episodio, al punto di partenza. È l’altalena tra appropriazione e perdita del denaro, in cui i personaggi vengono sospinti dagli istinti primari (fame, sesso) e in cui esercitano le loro capacità di furbizia e di crudeltà, salvo poi mostrare la loro faccia sprovveduta e ingenua quando il denaro, ricavato dal furto, viene sottratto da altri più agguerriti.

Questo schema si ripete in tutti i capitoli. Per rompere la monotonia, Pasolini inserisce una molla di azione: le tragedie e le sciagure che dall’esterno colpiscono i personaggi. Questi drammi servono a variare la composizione del cast facendo scomparire alcune figure e consentendo l’introduzione di nuovi elementi. La stessa fine della vicenda è realizzata con l’ausilio di una disavventura fatale di cui sarà vittima il piccolo Genesio.

Il centro della città è una specie di terra di conquista e di saccheggio in cui i ragazzi di vita si avventurano alla ricerca del denaro e dell’avventura. I personaggi servono a Pasolini come strumenti per spostare il suo obiettivo su nuovi aspetti di questa contraddittoria collettività. Ciò non toglie che il romanzo possieda un protagonista che funge da filo conduttore, Riccetto, al quale Pasolini conferisce una evoluzione interiore.

Pubblicato su oraquadra.info

“Mi sono innamorato di Eva Kant”, il libro di Pierfranco Bruni in 5 incontri online

Cosa si nasconde dietro l’Eva Kant di Pierfranco Bruni che vive nelle pagine del suo ultimo capolavoro letterario “Mi sono innamorato di Eva Kant”, edito da Pellegrini Editore? Figura archetipica, simbolo di bellezza eleganza e dedizione, che assolve al ruolo della Beatrice dantesca, oppure amante immaginifica alla quale Bruni assegna una connotazione di carnale sensualità al pari di Riccioli biondi?

Nei cinque incontri, condotti da Stefania Romito, a È TEMPO DI CULTURA, trasmissione social di approfondimento culturale, in diretta Facebook nel gruppo letterario “Ophelia’s friends” a partire dal 28 febbraio alle ore 17, e per tutto il mese di marzo (ogni lunedì alla stessa ora), Pierfranco Bruni svelerà i risvolti più affascinanti di un libro che rappresenta un compendio di emozioni, un diario-confessione nel quale vengono attraversate le tappe della propria vita attraverso le figure chiave, reali e simboliche, che l’hanno costruita.

Cinque incontri per ritornare al valore della vita, al senso del nostro esistere. Per ritrovare la preziosità del nostro essere erranti mediante la guida di chi è stato custode di Bellezza e che ha illuminato il nostro cammino.

Sul mistero che abita l’ombra, e l’amore puro incondizionato

di Stefania ROMITO

“Mi sono innamorato di Eva Kant”, edito da Pellegrini Editore, non è il primo libro di Pierfranco Bruni che leggo. A dire la verità, ho vissuto molti suoi libri e di alcuni ho abitato le parole dall’interno. Ma sebbene, da un tempo che pare infinito, mi incontri quotidianamente con le sue emozioni scritte, la sua ars scribendi non diviene mai abitudinarietà perpetuando una magia che si infinita in ogni riga di spazio, donando al tempo il sapore dell’eterno.

Pierfranco Bruni sublima la realtà trasfigurandola in incanto onirico nel convincimento che nulla è più vero del sogno che non conosce l’impossibile. Le leggi fisiche si annullano e a regolare il tutto è l’immaginario. E da questa realtà sublimata, così tangibile nella sua metafisicità, non ci si vorrebbe mai congedare, perché solo in questa dimensione trascendente, che in Bruni diviene sensualità d’anima, si vive quella fisicità di spirito avulsa alla pragmaticità del quotidiano.

Mi sono innamorato di Eva Kant è un compendio di sentimenti d’emozione. Quei sentimenti ed emozioni che hanno costruito il vissuto dell’io narrante il quale, come Virgilio nella commedia dantesca, accompagna il cammino del pellegrino Bruni dal suo incipit di vita fino a quell’età in cui l’evoluzione intellettuale giunge all’estrema compiutezza. Una testimonianza che diventa confessione in un percorso dialogante con l’altro da sé tra i miti e leggende che hanno reso incommensurabile e profondo il pensiero dell’autore. Così quel “caro lettore” al quale l’io narrante si rivolge diviene un compagno di viaggio che si riflette nello specchio del doppio. Perché chi meglio di se stesso, e Bruni lo sa bene, può accogliere le confidenze nella devozione di complici segreti? Un diario emozionale? Un tentativo di ripercorrere le tappe della propria vita attraverso le figure chiave, reali e simboliche, che l’hanno costruita? Certamente sì. Ma non solo.

Mi sono innamorato di Eva Kant è il tentativo di catturare il mistero per definirlo nella condivisione pur sapendo che è incatturabile. Quello stesso mistero che fa vivere lo scrittore costantemente in bilico tra realtà e finzione. La Eva Kant del titolo non è soltanto l’ammaliante donna di Diabolik. È quella figura archetipica che riporta l’autore all’età della gaiezza. Eva Kant, icona di bellezza eleganza e raffinatezza, assume i molteplici volti delle altre donne presenti nel libro, prima fra tutte Riccioli biondi. Ma mentre Eva Kant sembra assumere il ruolo di Beatrice nella sua azione salvifica, riconducendo l’autore all’Eden irrimediabilmente perduto, Riccioli biondi è l’amante immaginifica e idealizzante alla quale Bruni assegna una connotazione di carnale sensualità. Entrambe simboleggiano l’amore incondizionato, in una devozione che è dedizione. «Mi sono innamorato di Eva per la raffinatezza e la sensualità oltre che per quel fascino del mistero che la caratterizzava ma anche per la sua fedeltà e il suo saper restare in ombra».

Torna il concetto di mistero che abita l’ombra e che si percepisce nella Bellezza. Di un amore. Di un’opera d’arte. Soltanto un divin scrittore come Pierfranco Bruni poteva “raccontare”, con così efficace suggestione, il mistero della genesi della Bellezza. È proprio nell’ultimo capitolo intitolato Le ombre, in cui inscena un visionario dialogo con l’Urbinate, che Pierfranco Bruni approda all’apogeo della sua analisi fenomenologica sul valore e la resa emozionale dell’oggetto artistico in sé, svelando la perfezione della Bellezza in quella dimensione invisibile che si frappone tra l’idea originaria dell’artista e la sua creazione. Quell’emozione che rimane “intrappolata” in questo spazio di tempo e che viene colta soltanto dagli spiriti sublimi. L’emozione è Bellezza fino a quando continua a esistere nella dimensione del mistero.

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Montale, i limoni e la conflittualità che tace

L’illuminante armonia del silenzio montaliano

di Stefania ROMITO

“Ossi di seppia ” allude alla presenza del mare che sarà cantato in “Mediterraneo”, una serie di liriche nelle quali il mare sarà guardato nella sua diversità, invidiato per la sua capacità di essere vasto, diverso e insieme fisso, capace di svuotarsi di ogni lordura (“come tu fai, che sbatti sulle sponde, tra sugheri e arterie, macerie del tuo abisso”). Fra queste macerie ci sono gli ossi di seppia che vengono trasportati dalle onde come cosa inutile. Montale qui stabilisce un curioso parallelo tra le cose inutili e le cose utili.

Questa concezione poco romantica viene sostenuta in un testo diventato famoso per contenere l’essenza della poetica di Montale: “I limoni” (“Ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti”). In questa affermazione indicativa si stabilisce subito una opposizione. I poeti laureati usano riferirsi solo a piante da giardino, piante letterarie che si conoscono poco ma che vengono nominate perché fanno riferimento ad una realtà preziosa, ma poi vi sono “le strade che riescono agli erbosi”, strade fatte da nessuno, sentieri che vengono praticati in libertà, dove non c’è una natura curata, bensì una natura allo stato brado.

“Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi che sboccano”. I poeti laureati non userebbero mai l’espressione “io per me amo le strade”, sprezzatura linguistica tipica del parlato che abbassa il livello stilistico della poesia a quello normale della conversazione a sottolineare la differenza che si vuole stabilire rispetto alle abitudini di una certa letteratura.

Gli alberi di limoni sono parte integrante di una realtà quotidiana, proprio perché siamo in Liguria. Si tratta di un tipo di frutto che necessita del sole e non cresce dappertutto. In questa terra è qualcosa di comune, ed è per questo che Montale lo sceglie come emblema di ciò che vuole raccontare, oltre che per il colore che splende in mezzo a una natura desolata.

“Le viuzze che seguono i ciglioni, i soli sentieri e improvvisamente discendono tra i ciuffi delle canne”. Dominano le immagini naturalistiche. Questi piccoli orti, tipici della Liguria, sono comuni fra le case e appaiono inaspettati tra le case e il terreno. Luoghi che appaiono all’improvviso alla vista di colui che sta passeggiando in mezzo alle “cose normali” dell’esistenza. Alla vista di questi orti, che rappresentano piccole pause rispetto a tutto il resto, Montale sottolinea la presenza di un silenzio, di una pace rispetto allo scorrere della vita: “Qui nelle divertite passioni per miracolo tace la guerra qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l’odore dei limoni”. In presenza di questo paesaggio naturale tace la guerra delle passioni. In questi luoghi lontano dai traffici e dai commerci umani, la natura si può presentare in tutta la sua bellezza, “qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza, ed è l’odore dei limoni…”.

“Noi poveri”, viene sottolineato in opposizione a quei “poeti laureati” che cantano le grandi passioni, la guerra della cose, i poeti che si fanno vati di una società e di una nazione. Qui, invece, dove tutto è tranquillo, dove sembra di poter tornare all’interno della naturalità del Creato, anche noi poveri che non ci riconosciamo in quello stato di cose e in quella guerra, possiamo godere della nostra parte di ricchezza (tranquillità) simboleggiata dall’odore dei limoni.

“Vedi. In questi silenzi in cui le cose s’abbandonano e sembran vicine a tradire l’ultimo segreto, talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di Natura il punto morto del mondo, l’anello che non tiene il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità”.  In questi versi, che costituiscono il cuore della poesia, il poeta spiega cosa trova di tanto interessante nei luoghi in cui crescono gli alberi di limoni. Versi che rappresentano una sorta di “rottura” nell’ordine normale delle cose. Elemento estraneo di qualcosa che appare per “caso”, o per miracolo, in mezzo alla confusione ordinaria del mondo. Un luogo privilegiato in cui è possibile cogliere la verità. Verità che viene colta attraverso un filo da disbrogliare, nell’intrecciata matassa delle cose, il bandolo che ci permette di arrivare al dunque. La verità è recepibile solo attraverso la casualità, lo sbaglio di natura. Perché questi orti chiusi, nei quali normalmente non ci si accede, rappresentano qualcosa di estraneo al mondo, un qualche cosa in cui si giunge per caso in grado di illuminare il nostro cammino esistenziale.

Giungere in questi luoghi, godere di queste immagini che ci balzano agli occhi, ci facilita a spingere il nostro sguardo al di là dell’apparenza delle cose. È questo sguardo che liberamente vaga, i nostri sensi resi più attenti, a cogliere qualche cosa del segreto della natura. Siamo all’interno delle corrispondenze baudelairiane. Non c’è niente di preciso. La mente indaga, accorda, disunisce. Si muove liberamente e stabilisce confronti, paralleli, connessioni che altrimenti non sapremmo stabilire. A ciò aiuta il profumo che dilaga, la situazione del giorno che languisce. Questa tranquillità in cui ci si trova immersi e in questi silenzi (in ogni ombra umana che si allontana), pare di cogliere qualche disturbata divinità. Le eventuali apparizioni sembrano segnalare qualcosa di misterioso e miracoloso.

Questi aspetti, di cui normalmente non ci accorgiamo, ci illuminano su qualche significato che potrebbero avere e che di solito non ce ne curiamo. La nostra disposizione è facilitata dal trovarci in questo luogo, che ci permette di intendere i segnali misteriosi della natura in una fusione panteistica che è essenza esistenziale.

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Mistero e lotta interiore: come sopravvive la magia alla ragione

Non c’è niente di più semplice dell’Amore. Niente di più complicato il tentativo di definire, con linguaggio consono, quel sentimento totalizzante che naviga tra l’ebbrezza e il dannato, tra la sua rappresentazione e la realtà del sogno: Stefania Romito prova a farlo attraverso “Delyrio”, il suo ultimo romanzo, edito da La Bussola – Aracne. L’opera è dedicata a chi ha amato alla follia. Ma anche a chi non ha mai amato, premette la stessa autrice. A chi ha trovato e vissuto, senza toccarlo, il paradiso. Status di straniamento dalla realtà e massima protezione, a cui ogni mortale può pervenire, almeno una volta nella sua vita: frammento di quel legame carnale indissolubile fatto oggetto di ricerca continua. C’è la dea divina e selvaggia Alyssa nel dialogo di Stefania Romito con il lettore. C’è l’amore discreto di un uomo che, nella propria donna, cercava l’antica bellezza, fatta di mistero nella rassicurante quiete più che di provocazione. L’irrazionalità capace di attrarre la persona nel dissidio interiore. Poi l’arrivo della bella Alyssa, che mette tutto in discussione. Perché l’uomo necessita di dolcezza e carnalità per far sì che la magia del sentimento non abbia a finire. Perché ci si possa sentire eternamente vivi. L’uomo a cui dà voce la scrittrice è lacerato dal senso del dovere che si traduce in una responsabilità non univoca: il non dover tradire se stesso, la dimensione del sogno e del desiderio, vale quanto la fedeltà alla sua compagna o sposa. Sospeso tra la beatitudine e la dannazione, alla ricerca di una verità nascosta, ma non ignota, il percorso del mortale può prendere la piega che si vuole. Sebbene sia la stessa esistenza a imprimerne la direzione. Il percorso di SR in questo lavoro è indubbiamente poetico, rileva Pierfranco Bruni nell’introduzione. È un crescendo di versi e di sensazioni, culminanti nelle “pillole di verità” al capitolo 21esimo. Un romanzo d’amore in cui il peccato diventa divino rimescolando ogni senso e ruolo. Nella commistione di linguaggi accomunati dal fine nobile, quel che appare chiaro e non confondibile è la necessità di non toccare il sentimento prestandolo all’uso della ragione: la magia, l’incanto svaniscono, e d’improvviso, quando si fa troppo forte il processo di razionalizzazione.  

Stefania Romito è nata in Svizzera da genitori italiani. Scrittrice e giornalista radiotelevisiva, ha all’attivo diverse pubblicazioni, tra raccolte di poesie, racconti e romanzi. Nel 2010 il suo esordio nella narrativa con “Attraverso gli occhi di Emma” (Alcyone Editore). Responsabile letteraria del Nuovo Rinascimento e del Sindacato libero scrittori italiani, per la Lombardia, ha collaborato con il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Con Il buio dell’anima (Libromania, 2019) si è aggiudicata quest’anno il premio speciale d’Eccellenza Città del Galateo “Antonio De Ferraris 2021” dimostrando peraltro poliedricità nella sua vasta e raffinata produzione.  

(Pubblicato su “Lo Jonio” nr 2010)

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