Category Archives: Spettacoli

Silvia Grasso e Gioconda De Vito: un ascolto lungo

Chi l’ha detto che la Musica si ascolta una volta sola? Che non si può replicare o riassistere alla stessa esibizione? La musica che ci eleva, che governa e non consola, che zittisce i frastuoni e gli orrori, in tempi di guerra si fa ancora più preziosa. Riavvolgiamo il nastro allora a venerdì tredici dicembre 2019. A Martina Franca, alla Fondazione Paolo Grassi, va in scena l’omaggio a Gioconda De Vito (1907-1994), colei che è ritenuta la più grande violinista italiana del secolo scorso.

Il concerto del Trio della FPG è preceduto dalla presentazione di un libro. Poi si staglia una voce, fuori del coro. Appena un lamento; magari monito, avvertimento, un ricordo struggente. Infine, forza dirompente. È il violino di Silvia Grasso. A lei l’onore onere di far parlare Gioconda De Vito. Proprio lei, talento precoce nato a Grottaglie, così giovane e aggraziata; così diversa dai tratti ispidi di una donna che aveva uno sguardo assai penetrante. C’è tutto in quelle note, messaggio universale: il non vissuto di un’esistenza che mai fino in fondo può essere pronunciato. C’è anche il motivo che spinse la più grande violista italiana a lasciare lo strumento smesso di amare all’apice del successo personale. Perché a cinquant’anni, dopo aver collaborato con i più grandi direttori d’orchestra, come Bruno Aprea (ospite della fondazione Grassi), credeva di non avere altro da donare. In quella Musica solo l’inquietudine manca: Gioconda De Vito deve aver capito che il suo violino necessita degli altri per cantare: del pianoforte di Liuba Gromoglasova, in quella serata, del violoncello di Gaetano Simone. Perché ognuno di noi ha bisogno dell’altro. Per vivere, per realizzarsi. Così il Trio Gioconda De Vito ha suonato: Beethoven e Brahms; Schubert nel finale. Con passione e con trasporto, a beneficio degli spettatori numerosi presenti in sala.

Uscendo l’uditore sa di dover andare incontro a imprevisti e accadimenti capaci di stravolgere il corso della vita. Ma quella musica resta lì: può sentirne sempre l’eco, e a Lei fare ritorno.

“The Passion”, il messaggio che passa dalla spettacolarizzazione della violenza

La premessa è che la guerra a cui stiamo assistendo ridimensiona qualsiasi altra violenza. Ovvero il male che ci facciamo con i nostri comportamenti quotidianamente, in conflitti e sopraffazioni: persino l’uccisione di un animale, creatura sacra al pari di ogni essere vivente, a confronto risulta niente. Nelle scorse ore in tv è stato riproposto “The Passion of the Christ” (2004). Un film, quello di Mel Gibson con Jim Caviezel e Monica Bellucci (cast italiano, produzione americana), che si caratterizza per la crudezza, costata polemiche. Che interroga lo spettatore: perché indugiare sul sangue, sul calvario di Gesù verso la crocifissione, perché ricorrere alla spettacolarizzazione della violenza? Ebbene, sempre contestualizzando l’opera ai giorni che stiamo vivendo, alle immagini terrificanti provenienti dall’Ucraina, quelle scene bene rendono la gratuità di chi sceglie la violenza esercitandola in una escalation di orrori sempre più grandi; e ci avvicinano alle sofferenze che un intero popolo sta vivendo. Ad ogni modo, è il finale quello che conta: il credente, destinatario privilegiato della pellicola girata in Italia, tra Cinecittà e Matera, è chiamato a preservare la gioia o meglio la serenità in qualsiasi circostanza. Ad andare oltre il dolore e la sofferenza. È il suo unico dovere. Perché Cristo ha vinto la morte.

Il film, che negli Stati Uniti ha registrato il maggior incasso di tutti i tempi (oltre 370 milioni di dollari), facendo incetta anche di riconoscimenti, acuisce e insieme arresta l’eco dolorosa che si ascolta. L’obiettivo non secondario è reagire emotivamente alle immagini più cruente. Guai ad assuefarci alla guerra, a non indignarci più, a perdere i sentimenti di empatia, pietà verso chi sta soffrendo. The passion è un film da rivedere apprezzando interpretazioni e location – perfetta la città dei Sassi, scelta ben prima che la stessa diventasse capitale europea della Cultura. E al netto della legittimazione del livello di violenza, le critiche negative restano, rispetto ai contenuti, a riferimenti storici opinabili.

“Amore mio aiutami”, quando a vincere è il teatro

Sapere e non sapere. Fingere, per convenienza, tacere o parlare: l’arte della simulazione affonda le sue radici nel palcoscenico del grande Eduardo (si veda ad esempio “Questi fantasmi”) e, prima ancora, nella storia millenaria. Perché le dinamiche della crisi all’interno della coppia sono tangibili da sempre. Debora Caprioglio e Maurizio Micheli hanno avuto il merito di riportare in scena “Amore mio aiutami”, spettacolo ispirato al testo di Sonego, dal quale fu tratto il film di Alberto Sordi. I due attori in tournée hanno raggiunto anche la città dei due mari inaugurando la rassegna I colori del teatro curata da Renato Forte per l’associazione culturale “Angela Casavola”, con la collaborazione del Comune di Taranto. Lo spettacolo è andato in scena nella serata di ieri al teatro comunale Fusco. La storia è nota: la relazione tra Giovanni e Raffaella, legati da dieci anni nel sacro vincolo del matrimonio, va in crisi quando la donna si innamora di un altro uomo; la stessa chiede aiuto proprio al marito confidandogli quel sentimento, facendo leva sulla modernità di chi si vanta di essere persona di larghe vedute, e razionale.

Un’ora e quaranta di spettacolo dal ritmo serrato, quello andato in scena nel giorno prediletto dalla signora Raffaella (mercoledì), incapace di annoiare un solo istante il pubblico che ha riempito numeroso la sala. La prestazione dei due attori è stata impeccabile. Se Maurizio Micheli ha aggiunto ironia al testo (anche un pizzico di tarantinità), la figura di Debora Caprioglio sembrava straordinariamente somigliante a quella di Monica Vitti, partner di Alberto Sordi nella famosa pellicola del 1969, nei toni e nella fisicità. In quella voce ansiosa pastosa lamentosa. Un valore aggiunto è dato dalla sua intramontabile sensualità. Quanto ai contenuti, rispetto alla complessità della vita, alle contraddizioni e alle fragilità del mortale, Amore mio aiutami non offre alcuna chiave. Se non quella dell’ironia che però non si rivela pienamente efficace. Fa poi un certo effetto sentire gli applausi divertiti degli astanti alla fine del primo atto, quando dietro le quinte, in scena, si consuma un’azione drammatica: il marito che picchia la donna nel tentativo di destabilizzarla, di scuoterla, di risolvere “all’antica” quella situazione ingarbugliata. Desta meraviglia nell’epoca in cui qualsiasi forma di violenza, anche solo accennata, viene messa al bando. Quando tutto sembra sospeso in modo irrimediabile, l’ultima parola spetta all’uomo: un atto di autodeterminazione che pone fine alla vicenda rievocata. Nel mezzo c’è la convivenza con il male e coi tormenti di un legame che richiede autenticità. Tra il dire e non dire, condannare o perdonare, andare avanti o mandare tutto all’aria, viene in nostro soccorso proprio il teatro.

(Pubblicato su lojonio.it)

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Da Luke Perry a Shannen Doherty: quando le star conobbero la malattia

Ottobre è il mese della prevenzione. Che andrebbe vissuta come un obbligo, più che raccomandazione: la salute passa dalla cura di sé, da controlli periodici, e da quotidiane azioni virtuose. A dare il buon esempio è Shannen Doherty. Donna 50enne che sta combattendo la sua battaglia personale contro il cancro al seno. Al pubblico televisivo l’attrice americana nata a Memphis è nota per aver interpretato il ruolo di Brenda Walsh in “Beverly Hills 90210” – poi anche quello di Prue Halliwell in Streghe. Il suo volto rimanda agli anni Novanta, alla generazione di chi poteva aver tutto campando di rendita, anteponendo la dimensione del sogno alla speranza. Di quella serie televisiva, che ha avuto tanto successo, SD era un’icona sensual, insieme a Luke Perry alias Dylan McKay. Entrambi hanno assaporato l’ebbrezza per poi conoscere il dramma. Luke Perry se n’è andato il 4 marzo 2019, per colpa di un ictus ischemico. Quattro anni prima, dopo essersi sottoposto a colonscopia, si era fatto testimonial della campagna di prevenzione del cancro al colon. Le preoccupazioni per il suo stato di salute generale (tardive forse) non lo hanno sottratto alla morte prematura. L’attore avrebbe compiuto 55 anni lo scorso undici ottobre. Ricorrenza che è stata sottolineata dalle star di Beverly Hills attraverso i social: dalla stessa Shannen Doherty con delle foto. Un doveroso omaggio, rivolto a tutte le comunità nel suo messaggio. Il miglior modo di tener viva la memoria è perseverare nella lotta. Quella dell’attrice contro il cancro ha avuto inizio nel 2015, ricorda lei stessa: guarita due anni dopo, nel 2019 una recidiva le ha stravolto di nuovo l’esistenza. Adesso si trova allo stadio metastatico. Su Instagram ha pubblicato un post e uno scatto fotografico: si è ritratta con la testa rasata e un fazzoletto sotto il naso, usato per fermare un’emorragia. Una foto choc che ha fatto il giro del mondo.

In un’altra, invece, dimostra ironia, saggezza. È riuscita infatti a ironizzare sul pigiama colorato con cui si era coperta il volto. “Trovare l’umorismo mi ha aiutata a superare ciò che sembrava impossibile”, ha scritto ammettendo di aver trovato il modo di risollevarsi. La chiave sta proprio nell’umorismo. Nella capacità di appigliarsi a tutto ciò che può alleggerire la sofferenza, quella stanchezza che pervade corpo e mente. La lezione di Shannen Doherty, che invita le donne a fare le mammografie superando ogni paura, è un inno alla vita da vivere fino in fondo, con responsabilità e con un pizzico di leggerezza. Lezione la cui credibilità passa dal percorso umano – artistico di quella stessa esistenza: la malattia, al pari del dramma comunitario da cui stiamo uscendo (Covid), è occasione per riflettere sulle priorità e sui valori che contano più della ricchezza. Ma anche no… Di quel mondo dorato rievocato dalla cinepresa, la prosperità, l’avvenenza, persino la nullafacenza diventano disvalori da riabilitare per affrontare il dolore e farcene beffa.

Puglia caput mundi: la gioia del ballo on the road

Tutto nasce per gioco. Le migliori idee, spuntate per caso o per un preciso scopo, ti portano spesso ad altra imprevedibile destinazione. E quando l’inventiva è coniugata al radicamento e all’amore per il territorio nascono progetti meravigliosi. Uno di questi porta la firma di Pietro Bongermino che, l’anno scorso, ha ideato #ballandoperlacittà. Protagonista dell’iniziativa (no profit) è il gruppo denominato “il ballo è vita”. Nome emblematico che racchiude l’essenza di una lunga passione: ventennale quella di PG, 31enne originario di Laterza e residente a Ginosa, dove insegna in una palestra balli di gruppo caraibici e latini.

Cosa fa il gruppo? Uscendo dalle anguste mura, se ne va in giro per i paesi più nascosti della Puglia, per postare poi sui social le loro performance. Il risultato è un’esplosione di gioia contagiosa. Un raccontare per immagini e dinamici corpi, che va al di là della rievocazione, come ritorno ai valori e alle antiche tradizioni, nella forma della condivisione. Questo comunica il video girato una domenica d’autunno sul sagrato della chiesa Madre di Ginosa. Un lavoro, nato appunto per gioco, o meglio per passione, capace di diventare virale facendo centinaia di visualizzazioni.

Quando poi l’esperimento funziona, il seguito può essere curato con una migliore organizzazione: la seconda tappa del progetto itinerante è andata in scena a Torre Mattoni a Marina di Ginosa. In quell’area magnifica, la cui pineta fu spazzata dalla violenza delle alluvioni del 2011 e ’13, il gruppo ha ballato sulle note di “karaoke”, per poi tuffarsi nelle acque del Mar Jonio. Il successo è stato ancora maggiore. Il video, infatti, ha fatto migliaia di condivisioni, in Italia e al di fuori, con oltre 65mila visualizzazioni. La terza tappa ha raggiunto il centro storico di Ginosa. I danzatori si sono fatti attori indossando gli abiti degli anni Cinquanta per far rinascere via Matrice e i suoi antichi frequentatori. Anche in questo caso, l’arte è venuta in soccorso del territorio. Di quella strada simbolo di Ginosa, restituita alla comunità da poco, dopo il terribile crollo del 2014. Pietro Bongermino ricorda di aver voluto realizzare una sorta di musical nel quale lui interpreta il ruolo del contadino. Che arrivando con un cavallo, saluta tutti richiamando l’attenzione, per aprire le danze sul sagrato della chiesa. E di quella musica si sente l’eco festoso, in tempi di ricostruzione… #ballandoperlacittà è un nuovo modo di fare cultura e di promuovere la bellezza del territorio. La sua peculiarità sta nel tenere insieme gli strumenti più moderni della digitalizzazione, i social, e la rivisitazione della storia legata alla comunità e al folklore, ai prodotti tipici gastronomici. Il progetto, che ha scoperto presto la propria vocazione, vuol essere pure ambizioso: crescere raggiungendo la Penisola da nord a sud. A Pietro Bongermino e al suo gruppo facciamo i migliori auguri perché possano raggiungere il loro obiettivo esportando le nostre bellezze. Ovvero tirandole fuori.

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 197)