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Alla riscoperta del mito: l’esilio come potenziamento interiore

Levi e Pavese, due piemontesi esiliati nella Magia del Sud

di Stefania ROMITO

Quando l’esilio può divenire motivo di conoscenza e di trasformazione interiore. Così è stato per due intellettuali uniti da un medesimo destino.

Cesare Pavese e Carlo Levi appartengono a uno stesso contesto culturale, quello della Torino degli anni Trenta. Condividevano le medesime amicizie intellettuali (Leone Ginsburg, Bobbio, Franco  Antonicelli) ed entrambi furono inviati dal regime fascista al confino nel Meridione d’Italia nello stesso periodo. Era l’estate del 1935 quando Pavese giunse a Brancaleone in Calabria, in quegli stessi giorni Carlo Levi approdava in Lucania, a Grassano, al di là di Eboli. Entrambi rimasero confinati per circa un anno (fino alla primavera del 1936) ottenendo la grazia con due anni di anticipo.

Per Levi l’esperienza del confino ha avuto l’effetto di avvicinarlo alla questione meridionale, fino a quel momento osservata con sguardo alienato, stimolandolo a trasformare il suo “Cristo si è fermato a Eboli” in responsabilità sociale nella prospettiva di portare sul tavolo dell’impegno politico una questione che doveva essere concepita “di Stato” e non soltanto limitata a una confinata area geografica.

La conoscenza empirica e approfondita del mondo contadino lucano, una realtà altra in cui a dominare è la luce ancestrale di una magia archetipica che trae il suo nutrimento dal rito delle tradizioni, arricchisce Levi intellettualmente fungendo da stimolo per la sua futura produzione letteraria. Pagine in cui il giornalismo onirico incontra la metafisica della cronaca, in una visione antropologica. Una dimensione che affonda le sue radici nella visione mitica dei valori di una realtà primitiva.

Ma se per Levi il mito si lega alla magia del primitivo vibrante nel popolo contadino (tema oggetto del mio intervento all’Università di Milano), in un discorso affine alla ricerca antropologica di Ernesto De Martino che emerge in “Sud e Magia” , per Pavese la ricerca del mito affonda i suoi tentacoli nella classicità.

Anche in Pavese l’esilio a Brancaleone calabro imprimerà un percorso importante nel suo cammino lirico. Il contatto con la mediterraneità lo avvicinerà al mito. Dirà, infatti, alla sorella Maria scrivendole dal suo esilio: “Qui tutto è greco, anche le donne hanno una cadenza greca quando vanno alla fontana a riempire d’acqua l’anfora che portano sul capo”. Proprio a Brancaleone scriverà il suo Zibaldone che diventerà il “Mestiere di vivere” in cui emerge l’importanza della classicità che diventerà pregnante nei “Dialoghi con Leucò”.

Per Pavese il mito ha radici profonde. Per Levi ha la voce del primitivo e del selvaggio che si intreccia a un discorso antropologico. Come sottolinea Pierfranco Bruni (tra i più illustri studiosi di Cesare Pavese) «Il poeta delle Langhe è uno scrittore al di fuori di qualsiasi questione realista che resta sempre dentro quella dimensione del mito che è testimonianza, espressione. Il Pavese iniziatico che sa che nella morte si può rinvenire una nuova vita. Pavese è oltre la letteratura, è dentro il tragico della filosofia che diventa metafisica dell’anima».

Esilio, quindi, come metafora della solitudine. Quella solitudine che diviene strumento di analisi interiore e potenziamento intellettuale che consente di cogliere le magie che si celano nel mistero di una terra che ha sapore di mito: il nostro Meridione.

(Pubblicato su oraquadra.info)

“Ragazzi di vita”, l’evoluzione della prosa narrativa pasoliniana

Omaggio all’autore nel centenario della nascita

di Stefania ROMITO

Verso il 1955 si vanno concentrando molti nodi importanti nella storia della nostra letteratura recente. Che ci sia un’ansia di aggiornamento e di revisione risulta chiaro dal sorgere di molte riviste tra cui “Officina” che, condotta da Pasolini, costituirà la sede più viva di discussione dei rapporti tra politica e cultura. Nel 1956 inizia le pubblicazioni “Il Verri” di Anceschi che terrà a balia i primi vagiti delle neoavanguardie italiane. Del resto, il 1956 rappresenta uno spartiacque dal punto di vista politico e ideologico. L’anno in cui Pasolini pubblica Ragazzi di Vita è un anno-limite, in cui una certa tradizione letteraria  gioca le sue ultime carte e in cui si comincia a intravedere un orizzonte nuovo.

L’abbozzo preparatorio di Ragazzi di vita sarà pubblicato nel volume Alì dagli occhi azzurri, nel quale ci accorgiamo che il modo della prosa pasoliniana si è andato evolvendo. Nei primi brani la figura del narratore è presente come personaggio e tutta la vicenda viene filtrata attraverso i suoi occhi. Avvicinandosi alla stesura del romanzo, lo spazio occupato da Pasolini-personaggio si va restringendo fino a scomparire del tutto nell’ultimo abbozzo intitolato “Dal vero”. Qui i ragazzi di vita vengono lasciati soli dal loro scopritore.

Due capitoli saranno pubblicati in anteprima su “Paragone”. Il primo (Ferrobedò nel ’51) e il quarto (Ragazzi de vita, nel’53). Il caitolo del ’51 presenta diversi cambiamenti: il protagonista non è contrassegnato da un soprannome  (Riccetto) ma da un nome proprio (Lucià). Inoltre la trascrizione del dialetto appare meno accurata.

Il capitolo del ’53 è molto simile alla versione definitiva. Rimane una certa auto-censura che elimina alcune parolacce. Molti critici hanno affermato che non si può parlare di romanzo, ma di una serie di racconti a se stanti. In realtà l’intreccio si presenta assai complicato e non lineare. Si potrà parlare di una struttura ad episodi, i quali vengono collegati con procedimenti romanzeschi

Pasolini provvede al movimento del suo mondo con un artificio che dà il via all’azione e la riporta, al termine dell’episodio, al punto di partenza. È l’altalena tra appropriazione e perdita del denaro, in cui i personaggi vengono sospinti dagli istinti primari (fame, sesso) e in cui esercitano le loro capacità di furbizia e di crudeltà, salvo poi mostrare la loro faccia sprovveduta e ingenua quando il denaro, ricavato dal furto, viene sottratto da altri più agguerriti.

Questo schema si ripete in tutti i capitoli. Per rompere la monotonia, Pasolini inserisce una molla di azione: le tragedie e le sciagure che dall’esterno colpiscono i personaggi. Questi drammi servono a variare la composizione del cast facendo scomparire alcune figure e consentendo l’introduzione di nuovi elementi. La stessa fine della vicenda è realizzata con l’ausilio di una disavventura fatale di cui sarà vittima il piccolo Genesio.

Il centro della città è una specie di terra di conquista e di saccheggio in cui i ragazzi di vita si avventurano alla ricerca del denaro e dell’avventura. I personaggi servono a Pasolini come strumenti per spostare il suo obiettivo su nuovi aspetti di questa contraddittoria collettività. Ciò non toglie che il romanzo possieda un protagonista che funge da filo conduttore, Riccetto, al quale Pasolini conferisce una evoluzione interiore.

Pubblicato su oraquadra.info

Pierpaolo Pasolini sperimentalista tra cultura mediterranea e storia cristiana

Pasolini resta il trasgressore del reale oltre il bene e il male

di Pierfranco BRUNI

Il Pasolini che ho sempre raccontato non è quello del consueto ragazzi di vita che si fanno la loro vita violenta. Non è quello neppure del cinema. È quello che si chiosa nel pensiero tra il male e il bene.Uno scrittore, poeta e pensatore tra i pochi interpreti di un Risorgimento delle lingue contaminate che ha trasfigurato la parola in immaginario. È  questo il Pasolini che maggiormente mi interessa. Morto a Ostia  il 2 novembre del 1975. Era nato il 5 marzo del 1922 a Bologna. Un personaggio interpretato in una complessità di letture che vanno dalla macchina da presa (l’immagine qui diventa un linguaggio vero e proprio) alla poesia come recupero di una eredità antropologica che ha focalizzato la sua attenzione sulla dimensione di paese, di comunità, di etnia.

Il gioco ad incastro tra metafora, poetica e gioco della realtà ha sempre costituito una rappresentazione sul piano di una teatralità la cui recita non si mischia con la finzione. Pasolini è, forse, l’antipirandellismo pur usando la teatralità non crede alla maschera e si serve del linguaggio per scavare nella coscienza dei popoli che sono il portato di una visione etno – antropologica ben definita che vive le sue voci diversificanti proprio nell’Ottocento.

Basti pensare, oltre alle poesie dedicate agli archetipi di Casarsa, al linguaggio del suo raccontare dei “ragazzi di vita” e di “una vita violenta”. Quel loro linguaggio – lingua, al di là delle storie o dei destini stessi di quella generazione, è un portato antropologico dentro una comunità che intrecciava processi culturali e storici. Il suo rivolgersi alla grecità e alla classicità (si pensi a “Medea”) lo conducono direttamente ad una posizione di recupero della centralità della cultura mediterranea. Così come il suo confrontarsi con la storia cristiana.

C’è un Mediterraneo quasi arcaico sia nella ricostruzione dei paesaggi sia nel “vocalizio” dei dialoghi. Cristo, Giovanni, la Maddalena, Maria sono volti e voci di un Mediterraneo disperso tra Occidente ed Oriente. Il suo San Paolo incompiuto è un pezzo di incontro tra Oriente e Roma. Casarsa stessa ha un portato linguistico storico che ha matrici friulane ma dentro la ricerca delle radici c’è un mondo radicato che è quello contadino ma anche definito nell’esaltazione del valore comunitario del paese. Il concetto della lingua come “passione e ideologia” trasportato nel contesto letterario ha ramificazioni tra le maglie di un profondo regionalismo che significa territorializzazione della parola.

Ecco perché Pasolini reinterpreta il dialetto come modello risorgimentale delle lingue unitarie. In fondo il Pasolini che innova il romanticismo risorgimentale nel decadentismo risorgimentale del Pascoli dei primi testi si interpreta proprio attraverso la lingua, la  quale assume la sua particola importanza nello scavo dei territori. Pasolini ha una sua matrice profonda che è quella dell’identità nazionale. Senza la quale non avrebbero senso neppure le stesse parole che il poeta usa nei confronti della generazione che ha costruito il mito del sessantotto.

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Nessun cambio di passo per Taranto, se non provvediamo al decoro della stazione

Lettera aperta agli organi di informazione:

Vi siete mai occupati del degrado della nostra stazione ferroviaria, come dovrebbe essere quasi obbligatorio da chi da fa servizio pubblico?

Tralasciando le “architettoniche” inferriate di restringimento dei marciapiedi di accesso ai treni, quasi a voler simulare quelli di accesso all’ex Ilva, ma il bar della stazione è stato smantellato e nessuno sa se e come riaprirà.

Esiste una specie di edicola che, bontà sua, vende anche qualche merendina e un caffè a volenterosi viaggiatori. 

Ma tutto questo avviene solo di giorno perché, di sera,  tutto è spento  e chiuso, uffici compresi, e addirittura si sarebbe disposti a mitigare la lagnanza se solo ci fosse almeno un distributore automatico di solo bottigliette di acqua, che naturalmente manca.

Essendo l’area limitrofa priva di qualsiasi altra attività commerciale (siamo nel deserto più assoluto), se doveste partire di sera non avendo provveduto alla provvista del prezioso liquido, non so in quali condizioni arrivereste a destinazione, a meno di chiedere a qualcuno più fortunato, con fare miserabile, ….acqua, acqua.

Già siamo penalizzati ad avere una stazione ferroviaria in deserta periferia per non avere neanche un minimo servizio.

Come facciamo a illuderci del cambio di economia (turismo, scali di crociere, eventi sportivi internazionali e quanto di più) di  questa martoriata città se non provvediamo al minimo decoro di un fiore all’occhiello quale può essere una stazione ferroviaria. Posto quest’ultimo, che va al di là dell’andirivieni di mezzi e persone, ma che è stato celebrato anche da tanti scrittori come luogo dell’anima nel traffico dell’esistenza.

Spero vogliate porre la dovuta attenzione da ribaltare a chi, come si dice, di competenza.

Un cittadino molto indignato

La bellezza della prosa contro la tossicità del sistema

di Camillo LANGONE

Dovevo arrivarci prima a capire il valore di Vitaliano Trevisan. Dovevo arrivarci prima che si uccidesse il 7 gennaio scorso. Se non fossi intransigente quasi come lui (sottolineo il quasi) forse ci sarei arrivato nel 2016, quando Works venne pubblicato per la prima volta: ma non leggevo e non leggo libri italiani dal titolo in inglese, non leggevo e non leggo libri di 656 pagine. Ogni regola prevede l’eccezione, purtroppo sei anni fa non ritenni fosse il caso di farne una. Oggi, dopo un suicidio che profuma di stoicismo, l’eccezione l’ho fatta e Works. Edizione ampliata (Einaudi) l’ho letto, sebbene le pagine siano nel frattempo addirittura aumentate a causa di un testo inedito talmente bello che da solo vale il prezzo del grosso volume.

«Dove tutto ebbe inizio», così si intitola il chiamiamolo poscritto, parla non certo a caso di suicidio, con parole prossime a quelle che sul medesimo argomento pronunciò Cioran: «Il bene più prezioso su cui l’essere umano può contare, ciò che davvero lo distingue dall’animale, è la possibilità di sottrarsi al mondo in ogni momento attraverso il suicidio».

Come mai Trevisan (mi raccomando l’accentazione veneta, Trevisàn) odiava così tanto la vita? Alla base c’era senz’altro una notevole misantropia, l’incapacità di sopportare «quel mondo umano che abbiamo imparato molto presto a detestare, e sempre più abbiamo detestato e detestiamo». Un’avversione che il lettore intuisce immediatamente come vera, che non ha nulla della posa. Lo scrittore vicentino è stato avvicinato, per asocialità e fraseggio, a Thomas Bernhard (Franco Cordelli sul Corriere si spinse a parlare di «calco»). Con il suicidio, nella modalità della volontaria overdose di farmaci, finalmente se ne è allontanato. Perché lo scrittore austriaco non è stato altrettanto radicale, non ha tratto così acute conseguenze dal suo pessimismo cronico: è morto anch’egli prematuramente e però di malattia. Altro che calco, di fronte a «Dove tutto ebbe inizio» e all’intero Works l’atteggiato, il finto sembra Bernhard.

Di Trevisan colpisce l’estrema serietà e il pagare di persona l’alto prezzo delle proprie scelte, la prima delle quali fu lo scrivere soltanto libri, escludendo i giornali e le scuole di scrittura dal novero delle possibili fonti di reddito. Scelte da ricco di famiglia, solo che lui di famiglia era povero. La madre, operaia, per recarsi al lavoro «si faceva ogni giorno una ventina di chilometri in bicicletta, dieci ad andare e dieci a tornare, da sola, in piena notte, o la mattina presto, a seconda del turno, estate e inverno, sotto il sole, l’acqua o la neve». Anche il figlio ha fatto l’operaio, oltre che il gelataio e il magazziniere e altri lavori anche migliori e meglio pagati, però subito persi per l’intransigenza e la misantropia di cui sopra. Ce la metteva tutta e più ce la metteva più litigava, con superiori, inferiori e pari grado.

Works è un’autobiografia lavorativa che fa passare la voglia di lavorare o almeno di lavorare nelle aziende, i cui meccanismi gerarchici sono mostrati nella loro devastante tossicità, meccanismi nocivi per i dipendenti, i dirigenti, i titolari, per tutti, siccome il conformismo impedisce l’innovazione oggi più indispensabile che mai. Certe aziende non sembrano esistere per generare profitti, ma per stipendiare caporali, e anche le «cooperative cosiddette sociali» ci fanno una schifosa figura, leggasi a tal proposito il capitolo «Quarto paesaggio?» (Works in teoria si può leggere un capitolo sì e l’altro no, un lavoro sì e l’altro no, anche per risparmiarsi un duecento-trecento pagine: in pratica la scrittura ipnotica ti trascina a leggere tutto).

Non era ricco di famiglia, Trevisan, non aveva un lavoro redditizio e dunque non solo la misantropia, anche l’economia deve aver contribuito a fiaccarlo. Parla molto spesso di soldi nelle tante (ma non troppe, adesso posso dirlo) pagine del libro, e quasi sempre del loro scarseggiare. Soffriva «la condizione di notorietà senza successo, nel senso di successo di vendite» e dunque l’impossibilità di vivere, anche molto spartanamente, di letteratura. L’angoscia aumenta e così mi metto a far di conto: quanto potrò resistere con il poco che ho messo da parte?, e, una volta finite le riserve, quando non sarò più in grado di pagare le bollette, quanto resisterò asserragliato in casa dopo che mi avranno tagliato luce acqua e gas?».

Adesso però non vorrei dare l’idea che Works si riduca a temi pur importanti quali il lavoro e la perdita del lavoro, i soldi e la mancanza dei soldi, e allora devo ricordare il puro piacere estetico garantito dalla prosa fra le più belle degli ultimi decenni, vero ingrediente fondamentale del libro. (Dovevo arrivarci prima, ma comunque ci sono arrivato: Works è un capolavoro).

(Pubblicato su il Giornale.it)

Sul mistero che abita l’ombra, e l’amore puro incondizionato

di Stefania ROMITO

“Mi sono innamorato di Eva Kant”, edito da Pellegrini Editore, non è il primo libro di Pierfranco Bruni che leggo. A dire la verità, ho vissuto molti suoi libri e di alcuni ho abitato le parole dall’interno. Ma sebbene, da un tempo che pare infinito, mi incontri quotidianamente con le sue emozioni scritte, la sua ars scribendi non diviene mai abitudinarietà perpetuando una magia che si infinita in ogni riga di spazio, donando al tempo il sapore dell’eterno.

Pierfranco Bruni sublima la realtà trasfigurandola in incanto onirico nel convincimento che nulla è più vero del sogno che non conosce l’impossibile. Le leggi fisiche si annullano e a regolare il tutto è l’immaginario. E da questa realtà sublimata, così tangibile nella sua metafisicità, non ci si vorrebbe mai congedare, perché solo in questa dimensione trascendente, che in Bruni diviene sensualità d’anima, si vive quella fisicità di spirito avulsa alla pragmaticità del quotidiano.

Mi sono innamorato di Eva Kant è un compendio di sentimenti d’emozione. Quei sentimenti ed emozioni che hanno costruito il vissuto dell’io narrante il quale, come Virgilio nella commedia dantesca, accompagna il cammino del pellegrino Bruni dal suo incipit di vita fino a quell’età in cui l’evoluzione intellettuale giunge all’estrema compiutezza. Una testimonianza che diventa confessione in un percorso dialogante con l’altro da sé tra i miti e leggende che hanno reso incommensurabile e profondo il pensiero dell’autore. Così quel “caro lettore” al quale l’io narrante si rivolge diviene un compagno di viaggio che si riflette nello specchio del doppio. Perché chi meglio di se stesso, e Bruni lo sa bene, può accogliere le confidenze nella devozione di complici segreti? Un diario emozionale? Un tentativo di ripercorrere le tappe della propria vita attraverso le figure chiave, reali e simboliche, che l’hanno costruita? Certamente sì. Ma non solo.

Mi sono innamorato di Eva Kant è il tentativo di catturare il mistero per definirlo nella condivisione pur sapendo che è incatturabile. Quello stesso mistero che fa vivere lo scrittore costantemente in bilico tra realtà e finzione. La Eva Kant del titolo non è soltanto l’ammaliante donna di Diabolik. È quella figura archetipica che riporta l’autore all’età della gaiezza. Eva Kant, icona di bellezza eleganza e raffinatezza, assume i molteplici volti delle altre donne presenti nel libro, prima fra tutte Riccioli biondi. Ma mentre Eva Kant sembra assumere il ruolo di Beatrice nella sua azione salvifica, riconducendo l’autore all’Eden irrimediabilmente perduto, Riccioli biondi è l’amante immaginifica e idealizzante alla quale Bruni assegna una connotazione di carnale sensualità. Entrambe simboleggiano l’amore incondizionato, in una devozione che è dedizione. «Mi sono innamorato di Eva per la raffinatezza e la sensualità oltre che per quel fascino del mistero che la caratterizzava ma anche per la sua fedeltà e il suo saper restare in ombra».

Torna il concetto di mistero che abita l’ombra e che si percepisce nella Bellezza. Di un amore. Di un’opera d’arte. Soltanto un divin scrittore come Pierfranco Bruni poteva “raccontare”, con così efficace suggestione, il mistero della genesi della Bellezza. È proprio nell’ultimo capitolo intitolato Le ombre, in cui inscena un visionario dialogo con l’Urbinate, che Pierfranco Bruni approda all’apogeo della sua analisi fenomenologica sul valore e la resa emozionale dell’oggetto artistico in sé, svelando la perfezione della Bellezza in quella dimensione invisibile che si frappone tra l’idea originaria dell’artista e la sua creazione. Quell’emozione che rimane “intrappolata” in questo spazio di tempo e che viene colta soltanto dagli spiriti sublimi. L’emozione è Bellezza fino a quando continua a esistere nella dimensione del mistero.

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Denatalità, quando la crisi si risolve nelle piccole città

di Camillo LANGONE

Chi abita nelle grandi città non può capire quanto l’Italia si stia svuotandoIn provincia i nonni muoiono e i nipoti, quei pochi giovani che ancora esistono, vanno innanzitutto a Milano e a Roma, qualcuno magari a Bologna, Verona, Padova, Parma… Il resto è deserto che avanza. Provo a vedere il lato positivo: il calo demografico porta di regola il calo immobiliare. Vado a Udine, la capitale del Friuli, e intra moenia vedo appartamenti sotto i 100.000 euri, vado ad Alessandria, al centro del già glorioso triangolo industriale, e ne vedo anche a meno. Il Piemonte è messo in buona parte così: a Biella, la città della banca Sella, le case costano 700 euri al metro.

Considerando che a fare il lusso più del prezzo è lo spazio, si può facilmente vivere nell’agio anche a Ivrea, Novi Ligure, Casale Monferrato, Feltre, Gorizia, Terni, Fabriano, Alatri, Anagni, Sora, Avezzano, Isernia, Ariano Irpino, Sessa Aurunca, Acquaviva delle Fonti, Lucera, San Severo, Taranto (città e cittadine con prezzi medi sotto i 1.000 euri al metro).

Inoltre i monolocali metropolitani hanno un potente effetto contraccettivo, mentre disponendo di due camere da letto può perfino darsi che qualche donna rimanga incinta. Felicità degli spazi, scriveva Cardarelli.

(Pubblicato su Il Foglio)

Montale, i limoni e la conflittualità che tace

L’illuminante armonia del silenzio montaliano

di Stefania ROMITO

“Ossi di seppia ” allude alla presenza del mare che sarà cantato in “Mediterraneo”, una serie di liriche nelle quali il mare sarà guardato nella sua diversità, invidiato per la sua capacità di essere vasto, diverso e insieme fisso, capace di svuotarsi di ogni lordura (“come tu fai, che sbatti sulle sponde, tra sugheri e arterie, macerie del tuo abisso”). Fra queste macerie ci sono gli ossi di seppia che vengono trasportati dalle onde come cosa inutile. Montale qui stabilisce un curioso parallelo tra le cose inutili e le cose utili.

Questa concezione poco romantica viene sostenuta in un testo diventato famoso per contenere l’essenza della poetica di Montale: “I limoni” (“Ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti”). In questa affermazione indicativa si stabilisce subito una opposizione. I poeti laureati usano riferirsi solo a piante da giardino, piante letterarie che si conoscono poco ma che vengono nominate perché fanno riferimento ad una realtà preziosa, ma poi vi sono “le strade che riescono agli erbosi”, strade fatte da nessuno, sentieri che vengono praticati in libertà, dove non c’è una natura curata, bensì una natura allo stato brado.

“Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi che sboccano”. I poeti laureati non userebbero mai l’espressione “io per me amo le strade”, sprezzatura linguistica tipica del parlato che abbassa il livello stilistico della poesia a quello normale della conversazione a sottolineare la differenza che si vuole stabilire rispetto alle abitudini di una certa letteratura.

Gli alberi di limoni sono parte integrante di una realtà quotidiana, proprio perché siamo in Liguria. Si tratta di un tipo di frutto che necessita del sole e non cresce dappertutto. In questa terra è qualcosa di comune, ed è per questo che Montale lo sceglie come emblema di ciò che vuole raccontare, oltre che per il colore che splende in mezzo a una natura desolata.

“Le viuzze che seguono i ciglioni, i soli sentieri e improvvisamente discendono tra i ciuffi delle canne”. Dominano le immagini naturalistiche. Questi piccoli orti, tipici della Liguria, sono comuni fra le case e appaiono inaspettati tra le case e il terreno. Luoghi che appaiono all’improvviso alla vista di colui che sta passeggiando in mezzo alle “cose normali” dell’esistenza. Alla vista di questi orti, che rappresentano piccole pause rispetto a tutto il resto, Montale sottolinea la presenza di un silenzio, di una pace rispetto allo scorrere della vita: “Qui nelle divertite passioni per miracolo tace la guerra qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l’odore dei limoni”. In presenza di questo paesaggio naturale tace la guerra delle passioni. In questi luoghi lontano dai traffici e dai commerci umani, la natura si può presentare in tutta la sua bellezza, “qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza, ed è l’odore dei limoni…”.

“Noi poveri”, viene sottolineato in opposizione a quei “poeti laureati” che cantano le grandi passioni, la guerra della cose, i poeti che si fanno vati di una società e di una nazione. Qui, invece, dove tutto è tranquillo, dove sembra di poter tornare all’interno della naturalità del Creato, anche noi poveri che non ci riconosciamo in quello stato di cose e in quella guerra, possiamo godere della nostra parte di ricchezza (tranquillità) simboleggiata dall’odore dei limoni.

“Vedi. In questi silenzi in cui le cose s’abbandonano e sembran vicine a tradire l’ultimo segreto, talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di Natura il punto morto del mondo, l’anello che non tiene il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità”.  In questi versi, che costituiscono il cuore della poesia, il poeta spiega cosa trova di tanto interessante nei luoghi in cui crescono gli alberi di limoni. Versi che rappresentano una sorta di “rottura” nell’ordine normale delle cose. Elemento estraneo di qualcosa che appare per “caso”, o per miracolo, in mezzo alla confusione ordinaria del mondo. Un luogo privilegiato in cui è possibile cogliere la verità. Verità che viene colta attraverso un filo da disbrogliare, nell’intrecciata matassa delle cose, il bandolo che ci permette di arrivare al dunque. La verità è recepibile solo attraverso la casualità, lo sbaglio di natura. Perché questi orti chiusi, nei quali normalmente non ci si accede, rappresentano qualcosa di estraneo al mondo, un qualche cosa in cui si giunge per caso in grado di illuminare il nostro cammino esistenziale.

Giungere in questi luoghi, godere di queste immagini che ci balzano agli occhi, ci facilita a spingere il nostro sguardo al di là dell’apparenza delle cose. È questo sguardo che liberamente vaga, i nostri sensi resi più attenti, a cogliere qualche cosa del segreto della natura. Siamo all’interno delle corrispondenze baudelairiane. Non c’è niente di preciso. La mente indaga, accorda, disunisce. Si muove liberamente e stabilisce confronti, paralleli, connessioni che altrimenti non sapremmo stabilire. A ciò aiuta il profumo che dilaga, la situazione del giorno che languisce. Questa tranquillità in cui ci si trova immersi e in questi silenzi (in ogni ombra umana che si allontana), pare di cogliere qualche disturbata divinità. Le eventuali apparizioni sembrano segnalare qualcosa di misterioso e miracoloso.

Questi aspetti, di cui normalmente non ci accorgiamo, ci illuminano su qualche significato che potrebbero avere e che di solito non ce ne curiamo. La nostra disposizione è facilitata dal trovarci in questo luogo, che ci permette di intendere i segnali misteriosi della natura in una fusione panteistica che è essenza esistenziale.

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Selvaggia Lucarelli, nel suo passato c’è la “droga”

L’amore tossico in Crepacuore

di Rossella MONTEMURRO

“Sapevo che tutto quello che vivevo era ingiusto. E questo è un passaggio fondamentale, che rappresenta una tappa comune in tutte le dipendenze: da un certo momento in poi si conosce la verità. La parte razionale di sé la illumina con chiarezza. Semplicemente, non ci si può opporre alla sua forza contraria. Io sapevo che ero stata vittima di un abbaglio, che non avrebbe mantenuto le promesse da me percepite nella fase dell’idillio, che dovevo scappare da quel vortice di sovrumana sofferenza, ma ero incatenata. Mi sentivo vittima di una specie di sortilegio, di una pratica divinatoria maligna, in cui agivo all’opposto di ciò che mi suggeriva la mente. Tutto ciò mi provocava una frustrazione enorme, ero precipitata in uno stato di regressione infantile in cui senza che il mio bisogno primario (lui) fosse soddisfatto, mi sentivo smarrita. Ero preda di una sindrome abbandonica invalidante e ossessiva.”

La giornalista Selvaggia Lucarelli siamo abituati a vederla sempre brillante, molto decisa, forte, senza peli sulla lingua. Dà l’immagina di una donna tosta, che certo non le manda a dire e che sa difendersi bene in ogni situazione: ecco perché leggere CrepacuoreStoria di una dipendenza affettiva (Rizzoli) significa ribaltare l’dea che si ha di lei, scoprendo dietro quella corazza una fragilità non indifferente che l’ha portata, in passato, tra le braccia di un uomo narcisista e manipolatore. Selvaggia ripercorre con lucidità, senza omettere particolari spiacevoli – è arrivata ad anteporre le esigenze e i diktat del suo ex a quelli di suo figlio che all’epoca aveva tre anni: “Si può confessare a qualcuno di aver avuto più paura di perdere un uomo che di rischiare che il proprio bambino cadesse dalle scale? Ve lo dico io: no” – descrivendo una storia in cui si era del tutto annullata. Il bambino, il lavoro, il futuro non contavano più niente rispetto al dispotismo, alle manie e alle richieste assurde del compagno che si insinuavano ogni giorno in quel rapporto malato. Quattro anni di inferno vissuti accanto a un anaffettivo dall’ego smisurato, che non perdeva occasione per sminuirla e screditarla mettendo a dura prova la sua autostima.

Il loro “nido” è una casa asettica e fredda, la stabilità emotiva di Selvaggia dipende dall’umore – o meglio, dagli sbalzi d’umore repentini e incontrollabili – di un uomo che, pur facendo di tutto per farsi detestare – è questa l’impressione che si ha leggendo Crepacuore – trova sempre in lei accondiscendenza. I rarissimi momenti idilliaci vengono  puntualmente rovinati anche solo da un aggettivo sbagliato. Paradossalmente, lui e le sue manie distruttive sono per Selvaggia come una droga. La ricerca delle dosi, l’euforia quando finalmente si ottengono, l’astinenza… Cadere in basso, subire, avere ripercussioni fisiche e, nonostante tutto, non riuscire a venir fuori da un legame tossico: “Vorrei dire che quel giorno toccai il fondo, ma nelle storie di dipendenze affettive i barili hanno anche un gran numero di doppifondi che si scoprono lentamente.”

Con coraggio, senza fare sconti soprattutto a se stessa, Crepacuore racconta come un incontro tra un uomo che non vede nulla oltre se stesso e una donna che non vede nulla oltre lui può trasformarsi in una devastante dipendenza affettiva. Solo dopo aver compreso cos’era quel vuoto da colmare e perché ha coltivato la speranza distruttiva che qualcuno potesse colmarlo: “Siamo stati, insieme, una profezia feroce che per avverarsi aveva bisogno delle ferite di entrambi”.

Sarebbe bastato spostare lo sguardo, come le aveva suggerito un’esperta di agopuntura, e magari non sarebbero passati quattro anni. Ma, si sa, quando si è dentro a un rapporto e si è troppo coinvolti, è difficilissimo troncarlo.

Selvaggia Lucarelli è giornalista per radio, quotidiani e tv. Il suo podcast Proprio a me per Choramedia sulle dipendenze affettive è stato scaricato da un milione di persone.

Ha un fidanzato che fa il cuoco, un figlio che ama i film horror, un cane cardiopatico e un gatto diabolico.

Nel corso degli anni ho capito che se non si va alla radice del problema, le dipendenze si spostano, trovano nuove forme con cui manifestarsi, nuovi (dis)equilibri.

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