Category Archives: Libri

Arte e scienza in dialogo con l’osservatore

Innamorarsi della Bellezza, riuscire a coglierla, e farsi interprete della gioia, nell’atto della creazione. Trasformare l’esperienza della caducità dell’esistenza: è la mission dell’artista, ricordata da Maristella Trombetta nella prefazione di “Neuroestetica e arti visive. Riflessioni sugli scritti di Kandinsky”, libro della tarantina Barbara Missana. Un libro che chiarisce come tutta l’arte visiva debba obbedire alle leggi del sistema visivo. Si ripercorre la teoria dei pittori astrattisti, particolarmente quella del pittore russo, padre fondatore dell’astrattismo, secondo la nuova prospettiva della Neuroestetica intesa come nuova branca della critica d’arte e dell’estetica. L’obiettivo è assimilare Wassily Kandinsky (1866-1944) a un moderno neuroscienziato. Egli infatti, attraverso la sua produzione (non solo dipinti), ci ha svelato la vera essenza della realtà. Con riferimento agli scritti, possiamo citare Lo spirituale nell’Arte come operazione di rinascita di tutte le diverse espressioni artistiche. Che vanno dalla pittura alla musica, dalla danza al teatro passando per la letteratura. Il fine è risvegliare nell’uomo la capacità di cogliere nelle cose astratte l’elemento spirituale. L’Arte, si sa, è interconnessa alla dimensione della fede, della interiorità. E non c’è niente di più concreto e reale di ciò che non si può toccare. Sempre l’arte diventa strumento essenziale per riconoscere le emozioni umane, attraverso un linguaggio variegato che, rivolto ad un pubblico trasversale (a chiunque abbia curiosità), include anche le forme e i colori. L’arte come fatto scientifico ci aiuta a indagare sulla nostra identità. E se le persone passano, Lei resta, a documentare quella Bellezza resa immortale. Nel libro della professoressa Missana, dove le immagini si mescolano al testo, in oltre duecento pagine, si chiarisce che il fine di ogni opera d’arte è per l’Autore l’influenza esercitata sull’osservatore. Il quale a sua volta è chiamato a conoscersi nelle sue potenzialità migliori. Ecco l’uso corretto della intelligenza emotiva, nel dialogo instaurato tra il creato e la creatura. Nel saggio si dà spazio anche ad Alexander Calder che nelle sue opere fu il primo ad indagare sull’alterazione delle forme.

Storico dell’Arte, specializzata in Grafica e Web Design, Barbara Missana ha conseguito un Master in Neuromarketing presso il Centro universitario internazionale di Milano. È la fondatrice di Ad Astra Design. Si occupa di consulenza digitale, cura l’immagine e la comunicazione di aziende e liberi professionisti, con particolare riguardo verso la psicologia del consumatore. Il libro, pubblicato da Altrimedia, casa editrice di Matera, ha avviato il tour di presentazione proprio dalla Città dei sassi. Neuroestetica e arti visive. Riflessioni sugli scritti di Kandinsky è il primo volume di Visual Studies, la nuova collana di Altrimedia Edizioni, della quale coordinatrice del Comitato scientifico è la stessa Maristella Trombetta, docente di Storia dell’Estetica e di Storia della critica d’arte del Dipartimento di Ricerca e Innovazione dell’Università degli Studi di Bari.

In viaggio tra segreti inconfessabili nei luoghi della Puglia

Il Noir che non ti aspetti. Che affonda le radici nel turbolento passato della nostra storia: è l’ultimo libro di Andrea Laterza. Un romanzo edito da Radici Future. Al centro della storia intitolata “Il passato ha un cuore nero” ci sono le indagini di un commissario di Polizia donna, Giulia Franceschi, che deve indagare sulla morte di un uomo ritrovato nella sua casa di campagna. Teatro della tragedia è la collina pugliese. La prima sospettata è la moglie Doriana, che fugge tentando di riannodare le fila del suo burrascoso passato di estremista nera. I guai della donna si intrecciano all’incontro con il suo amore di gioventù. La coppia ritrovata, protagonista di una fuga che li conduce fino in Patagonia, sarà dilaniata da segreti inconfessabili. Figura risolutiva è quella del pm Riccardo Gerardi, compagno della Franceschi, il quale andrà a dipanare l’immondo groviglio, in un crescendo finale di disvelamenti del torbido intrigo. Fino all’emergere della drammatica e scabrosa verità nascosta. È un genere che senz’altro appassiona, quello scelto da AL per il suo ultimo lavoro, collocato nella collana Radici, laddove quanto è intrigante cattura l’interesse dei lettori di ogni età. Li coinvolge in un viaggio. Li richiama, in questo caso, ai principali luoghi di ambientazione del noir. Ecco che nelle duecentoottantasei pagine c’è spazio per l’immedesimazione attraverso i colpi di scena racchiusi in un intreccio incalzante. Non meno rilevante, la sottotrama fatta di luci e suoni, alle quali può essere associato ogni paesaggio, oltre alla natura umana. La Puglia e i suoi abitanti ne offrono tanti.

Classe 1955, nato a Buenos Aires da genitori pugliesi, Andrea Giorgio Laterza è laureato in Giurisprudenza e in Scienze politiche. Si è specializzato con un Master in gestione aziendale ed è abilitato alla professione di avvocato. Ex ufficiale della Marina mercantile, ha lavorato per il gruppo Olivetti nelle sedi di Ivrea, Pozzuoli, Roma e Bari. Nella veste di scrittore gli è riconosciuto l’impegno culturale e sociale, costante. Ha infatti all’attivo altre pubblicazioni importanti. Con “La collina dei veleni” (Il Grillo Editore 2016) è stato premiato per l’impegno sociale al “XXII Premio internazionale Rosario Livatino – Antonino Saetta – Gaetano Costa” in memoria dei Giudici Eroi caduti nella lotta alle mafie. Il suo ultimo libro ha appena avviato il tour di presentazione, partito dal Castello Angioino di Mola, nei giorni scorsi. All’incontro era presente anche Vito Antonio Loprieno in rappresentanza di Edizioni Radici Future. Vale la pena soffermarsi sulla crescita di questa realtà nel panorama editoriale, attiva da sei anni: factory che produce e diffonde contenuti innovativi differenti, non limitandosi alle presentazioni dei libri, con particolare riguardo verso i temi legati alla cooperazione, all’accessibilità e alla sostenibilità. La cooperativa RFP opera in tutta Italia e ha sede a Bari.

L’incontro con la terra e con la creatura: l’umanità che vuole ripartire

Una dichiarazione d’amore per la bellezza. Per la natura incontaminata. Il confronto della stessa con il principio della realtà, con la bruttezza. La riscoperta del sentimento come elemento imprescindibile dell’esistenza. È il libro di Rocco Carella “Vademecum per credere ancora e altri racconti” (Altrimedia Edizioni, pp. 141, euro 16). Un testo che si dimostra inoltre critica al perbenismo, all’ipocrisia di un certo mondo. A far da contraltare, la dimensione del sogno da rispolverare, la libertà, l’estraniamento dalla ordinarietà vissuto come un privilegio. Ci sono piccoli scorci di umanità nella raccolta di racconti. Un’umanità gentile, non ancora sopraffatta dalla frenesia di oggi. Un’umanità che vuole vivere. O meglio, sentirsi viva. Che attraversando il buio della notte, sa scorgere un tenero fiorellino di un delicato violetto. Il rimpianto si mescola alla voglia di ripartenza. L’amore come spinta propulsiva, impegno politico, oltre che elemento primario dell’esistenza, trova spazio nella narrazione. E la location privilegiata delle storie è la Puglia. Terra resiliente, le cui ferite si mescolano a località stupende, rinomate, ed altre nascoste. È la regione in cui è nato e dove risiede lo stesso Autore.

L’opera, che rimanda a una trentina d’anni fa nell’ambientazione, comprende racconti brevi come “Kira”; il file rouge può essere rintracciato nel contatto con la terra e con la bellezza angelicata: incontro che rasserena, che si fa scoperta, quando lo straniero diventa nell’arricchimento elemento di stupore. Nel terzo racconto ci sono appunti e memorie di un ex militante di sinistra. È lo stesso amore declinato nella più alta nobile forma, che può condurre dall’ebbrezza alla disillusione, dall’entusiasmo alla crisi che si riverbera nella dimensione privata, in ogni aspetto della vita. Sotto accusa la Sinistra, capace di tradire, da molti anni, i suoi ideali nel BelPaese. Lo dice direttamente l’Autore nel sottolineare l’incapacità della stessa di leggere i tempi e i cambiamenti. La critica, in particolare, è rivolta all’ex governatore predecessore di Michele Emiliano alla guida della Regione (“Il doppio mandato di Vendola in Puglia ha sancito forse definitivamente la morte della sinistra italiana”), al quale viene imputata la colpa di una politica poco attenta alle classi giovanili. Ma nella visione politica di RC non c’è spazio per la disperazione. Niente è irrecuperabile di quei valori ricercati da chi ha a cuore il bene delle persone: la giustizia, il rispetto, i diritti, l’attenzione alle minoranze e alle voci fuori dal coro.

Classe 1973, Rocco Carella è nato a Bari Carbonara, e ha all’attivo diverse pubblicazioni tra saggistica, opere scientifiche e articoli giornalistici. Il suo Vademecum per credere ancora e altri racconti segue alla pubblicazione di Un’incredibile estate Don’t give up!, edito sempre da Altrimedia nel 2020. Con il racconto “Un ricordo per tornare a vivere” ha ottenuto la menzione d’onore nell’ambito del Premio letterario Vitulivaria (2017).

(Pubblicato su “L’Adriatico” nr 142)

La sicilianità che è in noi

Quando vedi Philippe Noiret (1930-2006) pensi al grande cinema. A film capolavoro come Nuovo Cinema Paradiso e Il postino. Magari alla Sicilia, location ideale per le creazioni del Maestro Giuseppe Tornatore. Ma Philippe Noiret amava l’Italia intera. Anche la Puglia, dalla quale transitò per Tre fratelli, film del 1981 diretto da Francesco Rosi. Tra i personaggi più famosi interpretati dal grande attore francese c’è Alfredo, nello stesso NCD, operatore cinematografico mentore di Totò. Ad ispirarlo fu Mimmo Pintacuda, fotografo, padre di Paolo, l’autore di “Jacu” (Fazi, 2022). Un libro capace di tenere insieme romanzo e ricostruzione storica. Con una prosa densa e ipnotica, a parere di Patrizia Violi, “racconta la favola del suo protagonista sullo sfondo di una Sicilia arcaica, governata da passioni e superstizioni. E la misteriosa voce narrante svela la biografia di Jacu facendo la cronaca dei miracoli con approccio distaccato e nostalgico”. Il libro di Paolo Pintacuda nasce dai racconti che gli faceva proprio papà Mimmo. Racconti del nonno il quale, nato settimino alla fine dell’Ottocento, si ritrovò a combattere una guerra da antimilitarista, quando aveva diciassette anni. Rimandando a immagini ahinoi attuali, l’Autore si interroga su cosa sarebbe accaduto a un giovane vissuto in quegli anni senza speranza, se si fosse trovato davanti al terrore di uccidere, possedendo il potere di guarire. Nel romanzo c’è la storia complicata di Giacomo alias Jacu. Che secondo una credenza del paesino in cui è nato, avrebbe posseduto il dono di curare ogni malattia, col solo tocco delle mani. Il prodigio è sì elemento di attrattività ma capace di farsi condanna inoltre. La morbosità, la cattiveria della gente, le maldicenze, possono interagire con la realtà alterandola. La magia si mescola al dramma. E forse è meglio non vedere, alle volte. Perdere la vista per vederci meglio. Come accade ad Alfredo nella finzione cinematografica. O come successo all’attore Totò Cascio, nella vita reale. Jacu si rivolge ad un pubblico trasversale. E sembra poter viaggiare nel tempo, nello spazio. Fa ritorno al Cinema nazionale di Bagheria, dove lo scrittore e sceneggiatore siciliano trascorse momenti di infanzia, insieme al padre. È desolata la terra di cui si parla. Ma tra le sue province reali e immaginarie (l’opera è ambientata a “Scurovalle”, paesino di montagna) persiste anche tanta generosità e speranza. Ne è emblema lo stesso Jacu. Tra i messaggi rintracciabili nella storia c’è la necessità della condivisione, che nelle emergenze è più che mai forte.

Classe 1974, nato a Bagheria, PP ha all’attivo altre pubblicazioni, nel campo della narrativa e della saggistica. Con il suo compaesano Tornatore condivide una certa narrazione, fatta di immagini e premonizioni: sicilianità nella quale si può riconoscere anche il pugliese. Un patrimonio immateriale che segna il dna delle generazioni. Una propensione a preservare la capacità di sognare, che sembra essere smarrita nel cinema di oggi.

(Pubblicato su “L’Adriatico” nr 141)

Tracce, storie di successo dagli ambientalisti in giacca e cravatta

Se c’è una cosa che abbiamo ben compreso negli ultimi due anni è che le avversità si affrontano stando insieme. Ovvero facendo squadra, alla ricerca di soluzioni capaci di risolvere il problema, e pure di invertire la rotta. Abbiamo imparato tanto nei terribili anni Venti del nuovo millennio. E se la pandemia non ci ha reso migliori (la guerra in Ucraina ci ha catapultati in una catastrofe ancora peggiore), dobbiamo considerare che il cambiamento è un processo lento: occorre ragionare in termini di anni o di secoli. L’invito a darci da fare nella giusta direzione viene da Alessandro Gassmann in “Io e i Green Heroes”. Un libro che va al di là dell’autobiografia, per configurarsi come diario di impegno civico, ha chiarito lo stesso Autore. Duecentottanta pagine comprensive della postfazione a firma di Annalisa Corrado. Che è la co-ideatrice del progetto #GreenHeroes. La stessa spiega da dove nasce l’opera: dal desiderio di esplorare il mondo dei moltissimi colibrì che, nel nostro Paese, stanno facendo perno sulla sostenibilità ambientale. AG ha ereditato dalla madre l’attitudine a cercare di finire in mezzo alla natura, lì dove non ci si annoia mai, e c’è sempre qualcosa da scoprire. L’enfant sauvage, il “ragazzino selvaggio”: così lo chiamava la bellissima Juliette Mayniel. Il libro è diviso in due parti. Nella seconda si dà spazio alle testimonianze di chi (persone, imprese, associazioni) attraverso l’economia circolare è riuscito a creare aziende floride. Parliamo degli ambientalisti che fanno economia. Tra i modelli virtuosi c’è AzzeroCO2, impegnata in iniziative utili alla promozione della sostenibilità, della responsabilità sociale di impresa, delle fonti rinnovabili. Si tratta di una realtà che dà lavoro ad ingegneri e commerciali e che può vantare un fatturato superiore ai 10 milioni di euro.

Nella prima parte, quella autobiografica, tra i capitoli più interessanti c’è sicuramente quanto rivelato sul rapporto di Alessandro con il padre, il grande Vittorio. Un rapporto di complicità, fortemente fisico negli anni dell’infanzia, fatto di lotta stile greco-romana, di gioco sano: agli occhi del figlio l’attore che fu avviato alla recitazione per volere di sua madre, è stato dapprima compagno di giochi, divinità, mito da abbattere e infine persona come tutte le altre.

Più che una recensione questo articolo vuole essere una spudorata promozione di Io e i Green Heroes (Piemme, pp. 280, euro 17) che andrebbe acquistato a scatola chiusa, dal tarantino in modo particolare: i proventi serviranno alla città, che da Alessandro Gassmann potrà ricevere in donazione 200 alberi. L’iniziativa rientra infatti nella realizzazione dei “frutteti solidali” del Kyoto Club. Un ulteriore motivo di interesse e di orgoglio per la comunità ionica sta nel fatto che il curatore dell’opera è lo scrittore tarantino Lorenzo Laporta. Un intellettuale vivace, perfettamente calato, impegnato nell’opera di riconversione del territorio a 360 gradi.

(Pubblicato su “Lo Jonio” nr 224)

A’ uerr è na brutta cosa

Tuffarsi negli anni della seconda guerra mondiale (1939-45) poteva sembrare operazione anacronistica. E invece non lo è affatto, ahinoi, nell’ultimissimo periodo, per quanto sta succedendo dentro i confini dell’Europa. La guerra in verità non era mai sparita. Michele Tursi si ricollega a quel periodo con riferimento alla città di Taranto, in cui è nato e cresciuto: in “Fringuella” (Altrimedia, pp. 106, 13 euro), il suo nuovo romanzo, racconta le vicende di una famiglia, tratteggia una galleria di personaggi popolari immersi nel dramma. L’ispirazione la dà la mamma dell’Autore. Che veniva chiamata Fringuella, chiarisce il testo alle prime battute, per via dell’aspetto fisico (“ero paffutella, ma saltavo come un uccellino”).

Morte e vita, memoria personale e memoria collettiva si intrecciano nel libro di MT, aperto ad immagini che ben conosce il suo concittadino, perché luoghi simbolo di una terra resiliente ma ferita. E come Fringuella, spirito battagliero, chi la abita può essere guardato oltre la superficie: può sembrare ora apatico e pigro, ora generoso e iperattivo. La storia ruota attorno all’Isola. O quella che comunemente vien detta la città vecchia, ricca di storia, ultramillenaria, di fede e di tradizioni. Anche di credenze popolari e superstizioni. Tra quei vicoli che ancora oggi odorano di cucina, sono nati avvenimenti e aneddoti consegnati alla storia. Il messaggio di fondo è sintetizzabile nell’esclamazione “A’ uerr è na brutta cosa” rintracciabile nelle stesse pagine del romanzo storico. Una sentenza che, ai giorni nostri, sa di monito rispetto a quanto va scongiurato con tutte le forze della ragione, perché foriero di paura e di sofferenze ai danni delle popolazioni. Ma le guerre “sono come le malattie, le puoi tenere sotto controllo, ma non spariscono mai, all’improvviso ritornano e si fanno sentire…” Le guerre come le pandemie. L’imprevisto che, a tradimento, irrompe. E a farne le spese sono soprattutto i più poveri. Quel che non possiamo mai perdere è l’entusiasmo, l’interesse: guardare il mondo con gli stessi occhi di Fringuella. Occhi scintillanti di curiosità. Sguardi che cercano la scoperta attraverso le domande poste. E poi la forza della famiglia è un valore da rinsaldare nei momenti di prova, rifugio, ricchezza da tramandare nel viaggio tra generazioni. L’unione contrapposta ai fanatismi che generano l’orrore della guerra e della distruzione. Perché le bombe, i colpi di piccone o gli ultramoderni missili nucleari che le superpotenze hanno in dotazione, possono demolire gli edifici, ma non gli ideali delle persone perbene.

Grazie a Michele Tursi per averci riportato al confronto con la storia. Il giornalista, ricordiamo, direttore de “la Ringhiera”, ha all’attivo altre pubblicazioni. Opere scritte a quattro mani: “I giorni di Taranto” (Scorpione editrice, 2014) e “Le mani di Persefone” (Besa editore, 2010). Con Fringuella dimostra doti da scrittore puro, nella capacità di descrivere e rielaborare per mezzo della rievocazione in modo limpido e insieme dovizioso.

(Pubblicato su “Lo Jonio” nr 222)

Amo ergo sum: i post Millennials alla ribalta

Hanno gli stessi sogni dei loro genitori o dei nonni. Le stesse angosce, magari moltiplicate per il futuro incerto, nebuloso. Strumenti diversi per affrontare emergenze nuove. Reclamano diritti, voce e spazio. Sono interconnessi, e anelano a vivere con intensità le loro emozioni. Sono i giovani del terzo millennio, al centro di “Abbiamo fatto nostro un pezzo di mondo”, libro che inaugura Gen/Z, la nuova collana Altrimedia edizioni dedicata interamente proprio ai Post millennials. L’autore è Francesco Toma. La prefazione dell’opera porta la firma di Benedetta Pilato. “Francesco Toma, che ho conosciuto nella piscina di Taranto in cui mi alleno – scrive di lui La campionissima – è riuscito a cogliere ogni sfumatura della nostra generazione raccontando una storia davvero molto bella”. Lo ha fatto lasciandosi andare alla poesia. In modo da distinguersi perché, secondo Benny, “è originale e inconsueto seguire le emozioni ‘al maschile’, la maggior parte dei romanzi sono infatti narrati sempre dal punto di vista delle donne”.

Che siano originali o non, quando si parla di giovani, non si può non fare riferimento al motivo della giustizia intergenerazionale, che ogni civiltà dovrebbe assicurare. Un obiettivo puntualmente disatteso nella realtà dei fatti. Si pensi, infatti, che alle nuove generazioni si sta scaricando il debito della ricostruzione post-pandemica; le nuove leve a loro volta, pur mostrando maggiore attenzione verso i temi legati alla sostenibilità, impatteranno sulla qualità della vita di chi erediterà il mondo, in modo inevitabile. Cosa lega le comunità, confinanti o remote? Il file rouge è l’errore. Ma anche la ricerca della bellezza come bisogno primario. Parimenti l’impulso a conquistare il ruolo di protagonista all’interno del grande palcoscenico, e non di comparsa. Il protagonista della storia narrata è Lorenzo. Che ha vent’anni e, studente universitario, dice di essersi innamorato una sola volta, di lunedì: dovrà confrontarsi con le proprie insicurezze, con i suoi dubbi, per andare alla ricerca di ciò di cui nessun adulto né adolescente può fare a meno: il sentimento, da vivere nella dimensione di coppia, affettiva e sessuale. L’autore è bravo nel ricostruire quell’atmosfera propria della vita universitaria. E i compagni, gli amici, gli sfottò e le bonarie goliardate afferiscono a un patrimonio irrinunciabile.

Classe 2001, nato e cresciuto nella provincia di Lecce (Ruffano), Francesco Toma ha frequentato il liceo scientifico, e studia da fuorisede in Bocconi per la Facoltà di Economia. Il suo Abbiamo fatto nostro un pezzo di mondo segue alla pubblicazione di Ho paura che arrivi settembre (2020) e Una volta per tutte (2019). Precedentemente si è fatto conoscere con pensieri pubblicati sui social, inizialmente in forma anonima. Passando dalla piattaforma Wattapad alla casa editrice materana (sul web è arrivato a totalizzare circa 4mila lettori in una sola settimana) dimostra di volersi confrontare con un pubblico trasversale.

“Mi sono innamorato di Eva Kant”, il libro di Pierfranco Bruni in 5 incontri online

Cosa si nasconde dietro l’Eva Kant di Pierfranco Bruni che vive nelle pagine del suo ultimo capolavoro letterario “Mi sono innamorato di Eva Kant”, edito da Pellegrini Editore? Figura archetipica, simbolo di bellezza eleganza e dedizione, che assolve al ruolo della Beatrice dantesca, oppure amante immaginifica alla quale Bruni assegna una connotazione di carnale sensualità al pari di Riccioli biondi?

Nei cinque incontri, condotti da Stefania Romito, a È TEMPO DI CULTURA, trasmissione social di approfondimento culturale, in diretta Facebook nel gruppo letterario “Ophelia’s friends” a partire dal 28 febbraio alle ore 17, e per tutto il mese di marzo (ogni lunedì alla stessa ora), Pierfranco Bruni svelerà i risvolti più affascinanti di un libro che rappresenta un compendio di emozioni, un diario-confessione nel quale vengono attraversate le tappe della propria vita attraverso le figure chiave, reali e simboliche, che l’hanno costruita.

Cinque incontri per ritornare al valore della vita, al senso del nostro esistere. Per ritrovare la preziosità del nostro essere erranti mediante la guida di chi è stato custode di Bellezza e che ha illuminato il nostro cammino.

La fierezza del delfino

Ci sono campioni e Campioni. I primi sono gli atleti di alto o altissimo profilo che inseguono prestazioni massime e record; i secondi sono quelli che vanno al di là dei numeri, che antepongono la vita a tutto il resto: che inneggiandola sanno fare dei loro limiti una inesauribile ed esclusiva risorsa. Alla seconda categoria appartiene Marco D’Aniello. Atleta che quando sta in acqua, in vasca, deve sentirsi un appagato signore e dominus. Ovvero libero come vorrebbe essere ogni persona al mondo. La sua storia è raccontata in “Il mio tuffo nei sogni”, il libro della giornalista e scrittrice Rossella Montemurro. È una storia di fragilità, questa. E la fragilità – dichiara la stessa autrice di Matera – ai giorni nostri spaventa. Il tarantino Marco D’Aniello non si è lasciato spaventare dalla condizione che gli ha riservato l’esistenza: il ragazzo autistico è riuscito a incanalare nello sport la sua energia ridondante. Ai Campionati nazionali della Fisdir (Federazione italiana sport paralimpici degli intellettivo relazionali), nel 2019, ha realizzato il record italiano assoluto nella categoria Juniores 50 metri stile libero. Quest’anno si è confermato vincendo il titolo italiano nei 100 delfino classe S14. Nella stessa competizione, allo Stadio del Nuoto di Riccione, ha conquistato inoltre la medaglia d’oro nei 50 farfalla, il bronzo nei 50 stile libero. Il racconto scorrevole di RM parte dal ‘98, dalla gravidanza turbolenta di mamma Cinzia, per concludersi con la mission della Fisdir, chiarita nell’appendice: favorire l’inclusività che passa dalla completa autonomia dell’atleta, nonché promuovere il concetto di pratica sportiva “normalizzata”, intesa come strumento per migliorare la qualità della vita.

Se la storia di Marco D’Aniello può essere divulgata facendosi esempio (di perseveranza speranza resilienza), il merito è di Rossella Montemurro, capace di sviluppare l’idea, l’intuizione dello scrittore tarantino Lorenzo Laporta. Tra i sogni realizzati dal protagonista 23enne c’è l’incontro con il suo idolo Raul Bova. Che ha un passato da nuotatore, e nella fiction televisiva “Come un delfino”, da lui diretta e prodotta, accende i riflettori sullo sport e sulla stessa disciplina praticata da lui stesso – a 15 anni ha vinto il campionato italiano giovanile nei 100 metri dorso. Il grande desiderio di Marco D’Aniello è stato esaudito grazie al programma televisivo della Rai La porta dei sogni condotto da Mara Venier. Firmando la prefazione del libro, la stessa popolare conduttrice pone l’accento sulle linee guida fornite dalla storia edita da Altrimedia: sottolinea il valore della testimonianza naturalmente, il grande esempio; l’impegno gravoso, quotidiano che accomuna le anime belle nella lotta contro pregiudizi e cattiverie; immagina le sofferenze pregresse, l’angoscia dei genitori, Cinzia e Roberto. Persone capaci di assolvere al loro ruolo al meglio. Rispetto al senso di inadeguatezza, che chiunque proverebbe, hanno infatti risposto con l’amorevole presenza. Il resto lo ha messo chi salta splendente nel suo mondo costruendosi il futuro con le proprie mani.    

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Quella scintilla che travalica il corpo e l’anima: l’altra Miss Italia

Quando qualcuno definisce fortunata la persona che ha “fatto successo”, bisognerebbe richiamarla al principio della realtà, alla prudenza. Perché il successo arriva come forma di compensazione – azione risarcitoria rispetto a drammi postumi o pregressi. Tra quest’ultimi si collocano quelli vissuti da Eleonora Pedron, autrice di “L’ho fatto per te” (Giunti, pp. 160, euro 16,50). Un libro che porta la firma di Lorenzo Laporta: lo scrittore tarantino, nella veste di promotore culturale e scoutman generoso, ha dapprima raccolto la testimonianza della donna, poi curato le varie fasi della creatura venuta alla luce nelle settimane scorse.  

Sono in tanti ad associare la figura di Eleonora Pedron a quella di Miss Italia e al mondo dorato della dello spettacolo e della televisione. In pochi, però, potevano sospettare le due gravi turbolenze che l’hanno segnata profondamente. Un amore sconfinato le ha permesso di rialzarsi e di ritrovare il sorriso tra le labbra. Il suo libro, presentato anche a Taranto, dove è nato (lei stessa lo ha dichiarato), ha il sapore del cambiamento e della rinascita. Dramma e speranza si intrecciano tenendo insieme sfera pubblica e privata. Perché ogni persona ha ferite non rimarginate; ma pure le risorse per lasciarsele curare. L’ho fatto per te. Solo chi ami può riportare la luce nella tua vita è un libro toccante, denso di emozioni, che riporta alle origini, alla dimensione delle relazioni interpersonali e intrafamilari. Quelle che sembrano essersi affievolite negli ultimi anni, già antecedenti alla pandemia nell’epoca del distanziamento sociale e fisico. Per Eleonora Pedron hanno rappresentato la vera e propria ancora di salvataggio. La famiglia si è fatta portatrice di un messaggio universale: la bellezza che va oltre l’avvenenza, riflette quella luce che la miss ha preservato consentendole di essere incoronata donna più bella d’Italia. Nonostante i suoi drammi, le ferite e l’amarezza dell’anima.

Il senso dell’opera, rispetto alla quale l’autrice ha vinto le sue titubanze, sta nella testimonianza. Perché l’ex compagna di Max Biaggi (per amore dei figli, i due si sono riavvicinati) intende essere d’aiuto a chi si ritrova a vivere situazioni analoghe. I dolori da perdita, i traumi, possono ucciderci oppure fortificarci. Lo sappiamo bene. Quello che sfugge alla volontà umana può essere governato dalla resilienza intesa non solo in termini di combattività ma come fedeltà alla identità della persona. Alla natura che non si può stravolgere. Ebbene, Eleonora Pedron (splendida oggi, a 39 anni, più di quando fu eletta Miss Italia), dal momento in cui è stata fagocitata nel mondo dello spettacolo e della vanità, ha continuato ad essere la bambina che trovava refrigerio nella famiglia. Che preferiva la grande allegria delle riunioni domenicali alle attività più mondane. Tracce di una cultura non del tutto passata. Legami che non si possono spezzare: anche quando non ci tengono più per mano, i padri ci camminano dentro, e si fanno sentire.   

(Pubblicato su “Lo Jonio” nr 212)

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Per ragazzi fino a 99 anni

C’è un perseverare mai diabolico nella tutela della bellezza che passa dalla cura del creato. Dalla difesa dell’ambiente e di ogni abitante. È un’operazione virtuosa, e pure contagiosa: Mimmo Laghezza l’aveva praticata con “Il formicaio delle Zampe pelose” (Ass. Multimage, 2017) facendosi interprete della volontà di riscatto della comunità ionica rappresentando, con originalità, la bellezza e il dramma di un territorio oppresso dai veleni dell’industria pesante. Adesso lo scrittore e giornalista di Taranto ci riprova attraverso un’opera scritta a quattro mani con Manuela Barbaro. Si intitola “Mariolino va per mare”, pubblicato dalla stessa Multimage nella collana Lisolachecè, ed è un racconto per bambini e per ragazzi, concepito come atto d’amore verso la città dei due mari. Centocinquantanove pagine immerse nei pensieri e nelle immagini della professoressa Barbaro – bellissime illustrazioni. Dentro ci sono gli odori del mare, le fatiche di chi deve lavorare, darsi da fare, le bellezze nascoste della “città vecchia” che chiede perennemente di essere valorizzata; i riti, le tradizioni popolari di una comunità che sa essere generosa e sempre accogliente.

È un pubblico trasversale quello a cui si rivolgono i due autori. Vi rientrano ragazzi “fino a 99 anni”, confida lo stesso Mimmo Laghezza, lasciando intendere che non c’è un’età limite oltre la quale si smette di essere lucidi sognatori, uomini e donne desiderosi di rendere questo mondo sempre più abitabile. Persone capaci di emozionarsi di fronte al miracolo che si rinnova nel quotidiano. Perché la Taranto “sospesa tra una bellezza senza parole e la bruttura dei fumi senza logica” ha in sé, preservate, risorse che attraggono e incantano lo spettatore: al primo posto, naturalmente, spicca il mare, che per il tarantino rappresenta un orizzonte di prosperità e di pace.

Altro cuore pulsante del racconto è la scuola. Che resta, ancora oggi, il luogo della formazione, più che della mera istruzione. Così Mariolino va per mare ha carattere pedagogico e il merito di affrontare tematiche complesse come l’emergenza migranti. A far da sfondo la fede, intesa come sentimento di empatia e di compassione verso i più bisognosi. Mentre l’amore è rappresentato in tutte le sue forme mirabolanti. Ebbene, l’atteggiamento proattivo di chi si apre alla vita, alla natura e alla bellezza, rappresenta la miglior risposta alla contraddizione offerta dalla stessa esistenza. Il protagonista della storia ha soltanto otto anni. Ma anche un bagaglio di esperienze: confrontandosi con la realtà, può crescere bene e in fretta, potendo contare su una grande figura di riferimento: il nonno, che lo fa imbarcare a bordo del suo peschereccio. Il libro rivolto ai più piccoli ricorda al lettore quanto gli stessi possono farsi portatori di valori e ideali sani. Con i loro occhi, con la loro forza energia coraggio, l’umanità può scorgere la bellezza nel dramma riscattando un’esistenza dominata dalla cultura dell’indifferenza e dai nemici della vita spirituale.

(Pubblicato su “Lo Jonio” nr 211)

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Mistero e lotta interiore: come sopravvive la magia alla ragione

Non c’è niente di più semplice dell’Amore. Niente di più complicato il tentativo di definire, con linguaggio consono, quel sentimento totalizzante che naviga tra l’ebbrezza e il dannato, tra la sua rappresentazione e la realtà del sogno: Stefania Romito prova a farlo attraverso “Delyrio”, il suo ultimo romanzo, edito da La Bussola – Aracne. L’opera è dedicata a chi ha amato alla follia. Ma anche a chi non ha mai amato, premette la stessa autrice. A chi ha trovato e vissuto, senza toccarlo, il paradiso. Status di straniamento dalla realtà e massima protezione, a cui ogni mortale può pervenire, almeno una volta nella sua vita: frammento di quel legame carnale indissolubile fatto oggetto di ricerca continua. C’è la dea divina e selvaggia Alyssa nel dialogo di Stefania Romito con il lettore. C’è l’amore discreto di un uomo che, nella propria donna, cercava l’antica bellezza, fatta di mistero nella rassicurante quiete più che di provocazione. L’irrazionalità capace di attrarre la persona nel dissidio interiore. Poi l’arrivo della bella Alyssa, che mette tutto in discussione. Perché l’uomo necessita di dolcezza e carnalità per far sì che la magia del sentimento non abbia a finire. Perché ci si possa sentire eternamente vivi. L’uomo a cui dà voce la scrittrice è lacerato dal senso del dovere che si traduce in una responsabilità non univoca: il non dover tradire se stesso, la dimensione del sogno e del desiderio, vale quanto la fedeltà alla sua compagna o sposa. Sospeso tra la beatitudine e la dannazione, alla ricerca di una verità nascosta, ma non ignota, il percorso del mortale può prendere la piega che si vuole. Sebbene sia la stessa esistenza a imprimerne la direzione. Il percorso di SR in questo lavoro è indubbiamente poetico, rileva Pierfranco Bruni nell’introduzione. È un crescendo di versi e di sensazioni, culminanti nelle “pillole di verità” al capitolo 21esimo. Un romanzo d’amore in cui il peccato diventa divino rimescolando ogni senso e ruolo. Nella commistione di linguaggi accomunati dal fine nobile, quel che appare chiaro e non confondibile è la necessità di non toccare il sentimento prestandolo all’uso della ragione: la magia, l’incanto svaniscono, e d’improvviso, quando si fa troppo forte il processo di razionalizzazione.  

Stefania Romito è nata in Svizzera da genitori italiani. Scrittrice e giornalista radiotelevisiva, ha all’attivo diverse pubblicazioni, tra raccolte di poesie, racconti e romanzi. Nel 2010 il suo esordio nella narrativa con “Attraverso gli occhi di Emma” (Alcyone Editore). Responsabile letteraria del Nuovo Rinascimento e del Sindacato libero scrittori italiani, per la Lombardia, ha collaborato con il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Con Il buio dell’anima (Libromania, 2019) si è aggiudicata quest’anno il premio speciale d’Eccellenza Città del Galateo “Antonio De Ferraris 2021” dimostrando peraltro poliedricità nella sua vasta e raffinata produzione.  

(Pubblicato su “Lo Jonio” nr 2010)

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Cuore rossoblu, il non colore che ci appartiene

Il fil rouge è il male oscuro. Che in forma manifesta o latente attraversa i personaggi, tutti: in “La composizione del grigio”, di Sara Notaristefano, i riflettori sono accesi sulle ombre e sulle anime, sul dramma incontrastabile e indefinibile. La protagonista del libro, edito dalla casa editrice lombarda Divergenze e curato da Mara Venuto, ripercorre la formazione dell’identità attraverso i diversi colori. I quali rappresentano, ciascuno, una fase specifica dell’esistenza. Insieme formano il bianco, al quale si contrappone il nero, inteso come il colore del male per eccellenza. È dal mescolarsi dei due colori che nasce il grigio. Quest’ultimo può rappresentare al meglio la protagonista del romanzo. Ovvero, in generale, ogni esistenza. La peculiarità del libro della professoressa Notaristefano è l’assenza di nomi: i personaggi vengono identificati esclusivamente attraverso i rapporti di parentela. Scelta motivata dalla presunta superiorità del dramma. Che refrattario alla cristallizzazione in qualsivoglia forma, non può veder affermarsi la volontà di un essere su un altro, attraverso la consuetudine universale dell’onomastica. È il dramma la “ragion d’essere” dei personaggi – e qui la studiosa si rifà a Pirandello, chiarisce Mara Venuto nella sua nota critica. Ma come un’apocalisse, quel color grigio rivela inaspettatamente una continua opportunità di vita, attraverso cui la protagonista della storia può comprendere le sfumature che la completano come artista. Come amante, madre e figlia. E a ben vederlo il colore – non colore ha in sé i tratti del rosso e del blu, riflesso della città dei due mari, confida la stessa Autrice: Taranto “nel mio cervello si ammanta di colori tristi, quando penso ai colori che l’affliggono”. “Ma quando penso a lei con amore, non riesco a non vederla rossa e blu. Rossa come la passione. Blu come il mare. Amore e mare”. Taranto e la rinascita. La gioia effimera e il perdurante dramma. Gli opposti che coabitano forzosamente, e si attraggono alterando la percezione comune. Nelle centosessantuno pagine del libro, intense ed introspettive, il colore che si esalta è il raffinatissimo grigio, simbolo della pienezza della vita. Le sottotrame allora sono fatte di esperienze dolorose come la depressione materna e post partum della protagonista. Ma anche la fede e ciò che dà nutrimento all’arte e alla voglia di scrivere. C’è racchiuso un universo, quello femminile, che va difeso dalle violenze e delle discriminazioni che sono dure a morire.   

Il colore dell’attesa è il bianco per Sara Notaristefano, che (classe 1980) è nata a Taranto, residente da anni a Merano, dove insegna Lettere all’istituto “Gandhi”. Ha all’attivo diverse pubblicazioni. È autrice di novelle e poesie in volumi antologici. Nel 2020 il suo racconto Breve storia di ordinari alibi familiari ha riscontrato gradimento, selezionato tra i vincitori del Premio Velletri Libris, menzione speciale Fernando Cancellieri. Critica positiva anche per lo stesso ultimo romanzo. La composizione del grigio, infatti, entrato nella cinquina del premio Sant’Elpidio a Mare nell’ambito della rassegna “Libri a 180°”, è tra i finalisti dello Zeno.

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 208)

Ode a la Divina tra visione e carnalità

Secondo Sarah Bernhardt (1844-1923) è stata una grandissima attrice ma non una grande artista. Perché, con la sua arte, non ha creato un personaggio che si identifichi col suo nome; non ha creato un essere, una visione che evochi i suoi ricordi, dice di lei la donna rivale, che ebbe un rapporto intenso con il Vate. Lei è Eleonora Giulia Amalia Duse (1858-1924). Che finisce al centro del libro di Pierfranco Bruni, intitolato “Con le sue labbra le suggella le labbra spiranti”. Centotrentasei pagine motivate da una forte ammirazione o trasporto grande. Ho sempre amato Eleonora Duse. La teatralità la recita il tragico. Da quando ero ragazzo ho visto in lei la metafora del fascino del mistero del mito. La Divina, come la chiamò Gabriele, resta dentro di me. La letteratura solleva e vive di luce. La letteratura mi ha fatto amare l’amore. La donna che amo è letteratura vita carnalità. Ho trovato in un cassetto della scrivania di mio padre, nella casa in Calabria, il testo che segue. Non so se sia mio o di un altro io o di mio padre. Non cambierebbe nulla. Anzi. L’ho rubato da un cassetto e ora lo pubblico così come l’ho trovato. Commetto il reato di appropriazione indebita. Non ho corretto nulla. I lettori possono fare tutte le considerazioni opportune e anche correggere con il blu o il rosso. Eleonora resterà sempre la Divina!

Così Pierfranco Bruni rimanda i suoi lettori al testo pubblicato da Luigi Pellegrini Editore, quest’anno. E io che scrivo su questa rubrica settimanale, sulla stessa opera non aggiungo altro…  La storia ci dice già chi era Eleonora Duse, e quale rapporto ebbe con Gabriele D’Annunzio, incontrato per la prima volta a Venezia, la città romantica: un amore passionale e tormentato, turbolento. Il mondo del teatro l’ha consacrata come un mito. Perché della Belle Epoque veniva considerata la più grande attrice teatrale e in assoluto una delle più grandi. E forse, non soltanto. Si pensi a George Bernard Shaw che, prendendo le distanze da Sarah Bernhardt, guardava all’arte della Duse e al suo indiscutibile primato. La bellezza della donna nata a Vigevano era anticonformista e rivoluzionaria. Una donna che non si truccava mai. La sua figura riemerge in questo libro facendosi viva e dialogante col mondo contemporaneo. Con le eccellenze, che ci sono nel teatro, e devono adeguarsi ai tempi che cambiano. Eleonora Duse incarna quel sentimento capace di disconoscere il rapporto con il tempo, perché va oltre. L’amore consumato con D’Annunzio è stato grande, intrecciato all’arte. Tanto che il poeta le ha dedicato “Il fuoco”, romanzo pubblicato nel 1900. E sebbene le abbia poi preferito la diva Bernhardt, a fine corsa, alla morte della Divina Duse, la loro unione fu sigillata per sempre: lei gli rivolse l’ultimo pensiero, dimostrando di averlo perdonato; lui ammetterà che nessuna donna, come Eleonora, lo ha mai amato tanto. E questa verità “lacerata dal rimorso e addolcita dal rimpianto” può essere riscritta facendo spazio al nuovo incontro.

Quel viaggio rétro che sa di Salento e di amor proprio

Musica, tradizioni artigianali e cultura gastronomica: un’immersione nel folklore e nei sapori di una terra unica. C’è tutto questo nel libro di Maria Katja Raganato. Che nel suo romanzo, ambientato a Gallipoli, presta la propria opera alla lode del Salento, della sua magia nelle bellezze architettoniche e naturalistiche. Il libro si intitola “Come un faro nella notte”. E sta incontrando il gradimento di lettori e turisti. Anche della critica: al Premio letterario nazionale Artisti di borgo, per la sezione Romanzo inedito, è arrivato tra i finalisti. Centottantasette pagine suddivise in ben 30 capitoli. Oltre al prologo, che già stimola il lettore alla riflessione: “Se solo si potessero aggiustare anche le vite delle persone, con la stessa facilità cui lei riesce a riparare gli oggetti”, si dice nella bottega di mesciu Totu, dove si recano i personaggi di Sebastiano e Annina.

A far da sfondo alla storia è un’antica casa nel centro storico di Gallipoli. Tra i diversi personaggi ci sono una giovane che si trasferisce in un’altra città lasciando un non gratificante lavoro; un artista di strada claudicante e bellissimo che, dopo un lungo girovagare per la Penisola, ha fatto di un faro abbandonato il proprio rifugio; il rampollo di un’importante famiglia di produttori di vino, dotato di grande fascino e idolatrato dalle donne; un vecchio misterioso, venuto dal Nord, alla ricerca delle proprie radici e di una ragione per vivere. E poi un pasticcere imbranato – si legge ancora – una ragazza impacciata in conflitto con la propria immagine, due anziani coniugi, custodi di una dimora storica. C’è un vetusto rigattiere depositario di quell’arte a cui si faceva riferimento nel prologo. Quella, ormai perduta, di riparare oggetti vecchi rimettendoli a nuovo. Il fil rouge allora è la ricerca della felicità e dell’identità che passa attraverso un intenso viaggio fisico e interiore. Nella riscoperta, valorizzazione, di ciò che lega il presente alla memoria.

Come un faro nella notte (Pav Edizioni) è un romanzo che consente al lettore di catapultarsi in un’epoca come nuova. Di venir fuori dalla contemporaneità vorticosa per riscoprire personaggi, mestieri, atmosfere afferenti al secolo scorso. È un romanzo corale le cui diverse voci si intrecciano facendo esperienza di incontro e condivisione. La meta, la rinascita che attende quanti si mettono in cammino. E vedono le loro esistenze cambiate in toto.

In cammino è la stessa autrice, nata nella provincia di Lecce, dove vive. Laureata in Economia e Commercio con 100 e lode, si occupa dell’area contabile e amministrativa di due piccole aziende di famiglia. I suoi interessi spaziano dalla letteratura alla musica passando per il cinema. Appassionata di pittura e architettura, può compensare il rigore del lavoro e del percorso di studi con la propria vena creativa. Quella che le ha permesso di scommettere su stessa e a scrivere traducendo le sue immagini in parole. Quasi per caso, confida l’Autrice, dentro il viaggio ispirato dalla lettura dei testi altrui, senza sapere dove sarebbe andata a finire.

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 199)

Una donna, il padre, e l’imponderabile frangente

L’Autrice ha una valigia piena a cui aggrapparsi nel momento del bisogno. Ma l’ha inutilizzata, perché dal suo territorio non se n’è andata, né ha intenzione di farlo, nei prossimi tempi. Tanto che si è candidata a sindaco nella sua San Pancrazio… Si chiama Federica Marangio, ed è un volto noto del giornalismo locale. Una di quelle persone votate alla resilienza e all’impegno trasversale. Nel suo ultimo romanzo, in libreria tra pochi giorni, “Il tempo di mezzo”, muove proprio dall’esperienza del viaggio. Quello interiore compiuto dalla protagonista che dovrà seguire le tracce lasciate dal padre in un biglietto datato all’anno 91 del secolo scorso. Le stesse passano per un polveroso negozio di antiquariato rappresentando la possibile cura al senso di incompiutezza provato da chi è chiamato a guardare il domani con sentimenti di fiducia e di speranza.

Il tempo di mezzo è, in primo luogo, un romanzo sul legame indissolubile tra una figlia e il proprio padre. Una riflessione sugli anni della svolta alla ricerca della verità. Sul caso, e sulle capacità, difficoltà dell’individuo di autodeterminarsi. Perché c’è “un tempo esatto, quello di mezzo, che è il più dispettoso. Può durare un attimo o un’eternità, ma ciò che accade in quel frangente non dipende più da te”. A non finir mai è l’amore intrafamiliare. In particolare, quello speciale, recuperabile o conflittuale nel rapporto figlia-padre. Ha quarant’anni Beatrice Rossini, la protagonista del romanzo: entrata nella cosiddetta mezza età, giornalista come l’Autrice, innamorata del marito e del suo lavoro, dovrà fare i conti col presente e coi fantasmi che riemergono. Col trauma che ha spezzato la sua famiglia quando era adolescente. Cosa può accaderle? La risposta è nelle 304 pagine pubblicate da Les Flaneurs Edizioni per la collana Bohemien. Un romanzo emozionante ed intenso, la cui prefazione porta la firma di Catena Fiorello, sorella dei grandi Rosario e Beppe.  

Il tempo di mezzo segue alla pubblicazione di “Io più di te. L’amore è un’addizione” (Falco Editore, 2018) e a La cicatrice (2015), il romanzo di esordio di Federica Marangio. L’Autrice, penna di una gran testata, che vorremmo rivedere presto in edicola tra gli altri quotidiani (La Gazzetta del Mezzogiorno) si è occupata di sanità. Il suo percorso di studi si è perfezionato col dottorato di ricerca internazionale conseguito presso di dipartimento di Ingegneria dell’innovazione dell’Unisalento. Vivace ed energica, aperta agli scambi interculturali, e ai processi di internazionalizzazione che promuove sempre, è bilingue – parla correttamente lo spagnolo e l’olandese. La giornalista scrive inoltre di community engagement e modelli di innovazione sociale. Tiene corsi sulla comunicazione multimediale per imprese e istituzioni. Le facciamo i migliori auguri per questa sua ultima fatica letteraria, e per tutto il resto: per i suoi articoli sulla carta stampata, da acquistare e leggere.

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 199)

Lotta alla discriminazione e Costituzione: il rispetto che non si impone

Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; maschio e femmina li creò. Recita così la Genesi al capitolo 1 versetto 27. E non c’è niente di più chiaro della Sacra Scrittura, caratterizzata da un linguaggio semplice e insieme potente. Gli uomini invece non hanno niente a che fare con la semplicità o la complessità delle cose. Nemmeno in materia di diritto. In quel complesso, la legge, che pure dovrebbe rispondere ai principi di tassatività e determinatezza. Ce lo ricorda Carlo Nordio introducendo “Nessuno può definirci”, il libro di Anna Monia Alfieri e Angelo Lucarella, edito da Aracne. L’argomento è il famoso Ddl Zan titolato Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Al riguardo, l’opuscolo che riporta fedelmente il testo in ogni articolo, contiene analisi e riflessioni giuridiche. Nella prima parte Angelo Lucarella si interroga sulla liceità del definire per legge quegli aspetti che appartengono alla sfera più intima della persona. Ad ogni modo, a parere dell’avvocato martinese, appassionato del diritto e lucido pensatore (dal 2020 vicepresidente della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo economico), non c’è bisogno di normare ciò che è già principio universale. Sarebbe anzi pernicioso in termini di autorevolezza e credibilità delle Carte costituzionali. Va ricordato che il divieto di qualsiasi discriminazione fondata sul sesso, la razza o la religione, è già sancito dall’art. 14 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo.

Il ddl Zan verrà ridiscusso a settembre dopo la rissa andata in scena al Senato. Qualora fosse approvato, quali ricadute avrebbe? Il disegno di legge non convince suor Monia. La coautrice di Nessuno può definirci, infatti, allineandosi alla posizione di Angelo Lucarella evidenzia la presenza delle protezioni giuridiche già offerte dal nostro ordinamento aggiungendo che quando la legge precisa con eccesso di tutela, in realtà discrimina introducendo categorie. Nessuna norma inoltre potrà mai arrestare l’esercizio della discriminazione. Nessuna legge, secondo la religiosa, potrà colmare il vuoto di pensiero, che “a volte si rivela una voragine”. E qui si innesta la dimensione didattico-educativa. Che dovrebbe essere prerogativa della famiglia, e non dello Stato o della scuola. Quest’ultima invece verrebbe chiamata in causa attraverso giornate e iniziative, al rischio di favorire l’indottrinamento e il pensiero unico.

A parer degli autori, il Ddl Zan va rivisto in considerazione dei conseguenti contrasti sociali e giuridici. Va considerata inoltre la congiuntura storica. Ovvero che ci sono altre priorità alle quali guardare oggi, in un Paese non affatto omofobo, dove la stragrande maggioranza della popolazione crede nella cultura del rispetto, non nella discriminazione. E non perché glielo imponga il legislatore.

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 197)

 

I sogni non svaniscono mai

Ha nome abbraccio quella danza che ci evita di precipitare. L’abbraccio dato da due amanti, dalla coppia di innamorati; e pure quello vissuto dai sofferenti, dai più provati, nella dimensione comunitaria. L’abbraccio cercato nella città dei due mari. Dove ha ambientazione l’opera del tarantino Costantino Liaci intitolata “sui confini incerto”. Una raccolta di novantanove componimenti poetici, dedicati all’amore, al silenzio, all’altrove; all’ironia e ai luoghi del poeta che ama il racconto che è dentro gli scatti fotografici. Poesie lunghe e haiku. Lo spazio dove il ricordo si fa nostalgico. Il fil rouge è il sogno, al quale siamo tutti chiamati. Il sogno che a volte è dolcezza languida, spiega nella prefazione Gianfranco Guarino. È nostalgia, pura invenzione immaginifica, occasione di riflessioni esistenziali. Ebbene, l’Autore invita il lettore a viaggiare attraverso quello stupore da preservare, in barba a coloro che i sogni li vogliono annientare. La dimensione onirica è dunque coniugata all’opera di denuncia sociale. E nella rievocazione e costruzione dell’amore romantico, del sentimento salvifico totalizzante, sembra rivolgersi a ognuno di noi invitando alla quieta perseveranza, a crederci fino in fondo: Lo sai, io non voglio / turbare i tuoi pensieri / e so, certo che lo so, / che ascolti i miei improperi / sulla politica e l’ambiente / su quella folla di bugiardi / con le mani in tasca / amici della casta / che hanno distrutto / i sogni di generazioni tarantine / (credimi, pura follia). La denuncia non è nuova in Costantino Liaci. Che insignito di riconoscimenti importanti, primo posto al Premio nazionale letterario Città di Taranto 2020, ha all’attivo diverse pubblicazioni, come le “Teorie sull’abbandono” e “Sto come Charlie Chaplin”.

C’è il tempo dell’attesa nel Poeta come dimensione rigenerante, che andrebbe riscoperta in una società frettolosa e superficiale. La solitudine che può farsi pesante. Oppure stimolante, nello slancio della creatività, perché “quando la fantasia si muove, i giorni sono più facili e le persone nuove”.

sui confini incerto si legge come una visione destinata ad evaporare. Perché tutto nella vita passa: i tanti dolori, le scarse gioie, la carezza, il pianto, le inimicizie e l’entusiasmo. Ma le passioni e gli amori non devono scivolare. L’amore, a volte evanescente, come il sogno, va sempre custodito e coltivato. Il messaggio, insomma, è aperto alla speranza. A patto di lasciarsi sorprendere dalla luce del mattino, dal dovere della ripartenza. Dall’alba che arriva anche se non l’aspettiamo. Dal mistero, che di tutto questo è essenza, e va divulgato. Ecco la missione di un’anima grande. Conoscere, seminare e consolare. Sapere della sopravvivenza dell’albero piantato. Quello, in altezza, crescerà. Ma come l’erba cattiva non muore mai, così nella ciclicità dell’esistenza tutto torna, si rinnova e inganna. Niente è scontato: nel viaggio che è ricerca, all’improvviso, poi, accade altro.

Post scriptum. Un motivo in più per appassionarsi a questo testo: i proventi della vendita sono destinati al reparto di oncoematologia pediatrica dell’ospedale tarantino SS. Annunziata

(Articolo pubblicato su “Lo Jonio” nr 196)

Ma quale secolo breve! Il Novecento è sempre tra noi

Chi è nato nel ventesimo secolo può andarne fiero. Chi ha conosciuto, letto, studiato i grandi pensatori di quel tempo come Maria Zambrano e Cesare Pavese, è divenuto a sua volta un pensatore esigente e critico. Uno che prende con le molle il nuovo modo di fare Cultura. Un profondo conoscitore del Novecento, delle sue dinamiche e ricadute, è Pierfranco Bruni. Che ha dato alle stampe un nuovo libro: “Il sottosuolo dei demoni”, si intitola, pubblicato da Solfanelli, e realizzato con il contributo scientifico di Micol Bruni. Si tratta di un libro, saggio di 248 pagine, intriso di filosofia, ovvero di pensiero “forte” su temi di comparazione estetico-antropologica. Un vivere la spazialità del tempo mai perduto. Un viaggio in quel secolo, superficialmente considerato breve. Come dichiarato dallo stesso Autore, il volume è la prova di come la cultura del nostro tempo non esista: “Siamo ancora eredi di un Novecento che insiste con la sua forte presenza sia su un piano del Pensiero sia in una progettualità più organica”. Insomma, se è vero che il 20esimo secolo presenta caratteristiche comuni, dalla prima guerra mondiale (1914) alla fine del comunismo, non si può negare la persistenza di una eredità della quale fanno ancora parte Fedor Dostoevskij e Gabriele D’Annunzio. Alcuni dei grandi nomi presenti in Pierfranco Bruni. Ne Il sottosuolo dei demoni si attraversano vissuti di contaminazioni tra letteratura, antropologia, filosofia ed estetica. Il moderno sparisce e ricompare con un magico sentiero la Tradizione. Di quest’ultima siamo quindi eredi, e nel contempo, piaccia o no, viviamo di contaminazioni. Le quali interagendo col preesistente, innovano. Così, dentro i demoni, il sangue e gli orrori che hanno infettato il secolo delle trasformazioni, si può cogliere il seme che non muore. Il nuovo prodotto di un abitare profondamente le realtà nel mistero.

L’AUTORE

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. A San Lorenzo del Vallo, il 18 gennaio 1955. Poeta, scrittore, già candidato al Premio Nobel per la Letteratura, è presidente del Centro studi e ricerche “Francesco Grisi”. Ha uno sterminato curriculum. Direttore archeologo del Ministero dei Beni culturali, già componente della Commissione Unesco per la diffusione della cultura italiana all’estero, esperto di Letteratura dei Mediterranei, è un intellettuale raffinato e poliedrico – tra i suoi linguaggi c’è anche la musica, con riferimento ai grandi cantautori. Lo studioso vive la letteratura come modello di antropologia religiosa. Tra i suoi ultimi scritti, “La panacea letale” (Ferrari editore), un coraggioso pamphlet che indaga i rapporti tra scienza, medicina e pandemia. Dove non si fa sconti a nessuno. Nell’anno dedicato al padre della lingua italiana, ha scritto proprio su Dante Alighieri. Sempre attento ai grandi autori, lo è anche per quanti non hanno ottenuto in vita la giusta fama e fortuna. Nel riconoscimento che nel nostro pellegrinaggio terreno lasciamo tutti il segno.