Genitori che maltrattano i figli per conquistare follower: la follia che corre su TikTok

Disposti a tutto pur di avere visibilità sui social. Pure di fare scherzi spaventosi alle vittime, ai loro figli piccoli, per fare incetta di visualizzazioni, per conquistare follower su TikTok: sono i genitori che realizzano video virali con questo scopo. Ai bambini possono gettare in faccia qualcosa. Una fetta di formaggio, ad esempio, o in testa un uovo, per farli smettere di piangere o per suscitare la loro reazione. Noncuranti dei veri e propri traumi ai quali gli stessi possono andare incontro.

IL CATTIVO ESEMPIO SU TIKTOK – A denunciare questa moda è il quotidiano spagnolo El Pais, che riporta il parere degli esperti. “Non solo questi genitori abusano fisicamente ed emotivamente dei loro figli attraverso la vergogna, il ridico e l’umiliazione, ma farlo pubblicamente significa sbandierarlo al mondo”, dichiara Joanne Broder, membro dell’American Psychological Association, psicologa ed esperta di relazioni sane con la tecnologia e la presenza sui social media. Insomma, queste persone, che vorrebbero porsi come modello vincente, agli occhi di sconosciuti, utilizzano i piccoli come fossero trofei da esibire e da sfruttare per tornaconto. Anziché proteggere la loro privacy sul web.

LE CONSEGUENZE – La realizzazione e condivisione di questi video, spiegano ancora, possono influire sull’autostima dei bambini, facendoli sentire ridicolizzati o sminuiti. Oppure finiscono col causare stati d’animo di ansia o stress. Possono avere, quindi, ricadute negative nel breve e nel lungo termine, tutt’altro che leggere. Si pensi che gli stessi contenuti possono essere condivisi su TikTok e salvati sul pc, girare sui social. Ovvero restare in circolo per un tempo indefinito. Crescendo quei bambini, nell’età della consapevolezza, possono veder influenzato il loro percorso emotivo. Quanto ignorano, questi genitori aspiranti famosi, è che la cultura del rispetto si insegna al più presto alle nuove generazioni, e in tutt’altro modo.

Il ritiro dei ghiacciai e gli eventi meteo estremi: l’alta quota nell’annus horribilis

Tanti record negativi. La sensazione, fattasi certezza, come inconfutabile fatto scientifico, di essere entrati in un processo irreversibile: nel 2023 gli effetti del cambiamento climatico hanno colpito duro. Abbiamo assistito a caldo record e a eventi meteo estremi. Anche in alta quota, dove la temperatura aumenta. Al netto degli episodi che possono vedere la comparsa della neve anche in anticipo rispetto alla stagione – anche questo è un riflesso del riscaldamento globale, dicono.

Cosa sta accadendo in alta quota

“La Alpi e il Mediterraneo sono aree particolarmente sensibili al riscaldamento climatico: qui più che altrove si registra un’accentuata accelerazione degli effetti della crisi climatica che avanza”. A lanciare l’allarme è Legambiente attraverso il direttore generale Giorgio Zampetti e il responsabile nazionale Alpi Vanda Bonardo. I quali aggiungono: “Il monitoraggio costante dei ghiacciai alpini, che stiamo portando avanti da quattro anni con la nostra campagna Carovana dei ghiacciai, oltre che permetterci di documentare e raccontare la riduzione delle masse glaciali ci consente anche di valutarne gli effetti sul territorio montano e di portare in primo piano il tema della convivenza con la crisi climatica”. Insomma, non mente l’alta quota. E permette di guardare la questione dalla giusta prospettiva.

Gli inquinatori

Nei giorni scorsi è stato presentato il rapporto annuale di Germanwatch, Can e NewClimate Institute sulla performance climatica dei principali paesi del pianeta: realizzato in collaborazione con Legambiente per l’Italia, i dati che contiene non restituiscono un quadro rassicurante. Proprio per niente. Il Belpaese, 44esimo, arretra di ben quindici posizioni in classifica, nella quale le prime tre non sono state attribuite: nessuno dei Paesi presi in considerazione (63 più l’Unione europea) ha raggiunto la performance necessaria per contribuire a fronteggiare l’emergenza climatica e contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di un grado e mezzo. Va ricordato che gli stessi Paesi rappresentano oltre il 90 per cento delle emissioni corresponsabili del cambiamento del clima. Il più grande inquinatore è la Cina. La quale rimane al 51° posto in classifica.

Le conclusioni

I numeri mettono a nudo l’inerzia della politica nel fronteggiare la crisi. Non solo si fa nulla, o poco, ma non se ne parla neanche abbastanza o nei giusti toni attraverso gli organi di informazione. Pensiamo alla ilarità di quanti si godono le belle e calde giornate del post autunno. Al mare o in alta quota. Giornate che dovrebbero essere meteorologicamente brutte. L’obiettivo di ridurre le emissioni del 65% entro il 2030 è lontano dall’essere raggiunto. Per invertire la rotta appare fondamentale il contributo dell’efficienza energetica e delle rinnovabili. Insistere su quest’ultime, congiuntamente alla drastica riduzione dell’uso dei combustibili fossili. Non ci sono valide alternative.

Gaza, lo scenario è apocalittico. Ma non se ne può parlare

La denuncia era arrivata da Lynn Hastings. La quale aveva parlato di situazione apocalittica venutasi a creare a Gaza. La pronta risposta di Israele è stata la revoca del visto della donna, coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite. Il provvedimento si colloca nella condotta diffamatoria fatta di abusi verbali e intralcio al lavoro delle organizzazioni e dei funzionari Onu. Così, anche in questo modo, Israele dimostra totale disprezzo per le Nazioni Unite, per il diritto internazionale e per le vite dei palestinesi: lo dichiara l’ambasciata di Palestina in Italia.

Cosa sta accadendo a Gaza

Le truppe dell’esercito israeliano hanno circondato la città di Khan Younis con l’obiettivo di smantellare il centro di comando di Hamas nel Sud della Striscia. I bombardamenti si fanno martellanti: solo nelle ultime ore l’aviazione israeliana ha colpito circa 250 obiettivi nell’enclave. A essere presi di mira sono tunnel e pozzi sotterranei. Oltre a ordigni esplosivi e armi.

Una catastrofe umanitaria

Un milione di sfollati. A piedi o in motocicletta, stipati nei carretti, oppure ammucchiati sui tetti delle loro auto insieme ai bagagli, a fuggire verso Sud sono in migliaia. Il responsabile degli aiuti umanitari dell’Onu ha quindi parlato di situazione apocalittica riferendosi alla impossibilità di svolgere significative operazioni umanitarie. Colpa della campagna militare israeliana, che non si cura di proteggere i civili in fuga da Gaza.

Il bilancio delle vittime palestinesi ha raggiunto e superato quota 16mila. Tanti ne sono morti dall’inizio della guerra, dichiara Hamas – donne e bambini più del 70 per cento. Chi resta soffre anche la carenza di acqua potabile. Il quadro è aggravato dalle conseguenze della crisi climatica. Le falde acquifere, infatti, hanno risentito dell’innalzamento del mare e dell’acqua salata, riferisce la Banca mondiale. Crisi climatica e guerra sono quindi un connubio micidiale. Che non può essere ignorato dalla comunità internazionale.  

Essere pagati per mangiare un gelato dopo l’altro: i lavori che gratificano

Per avere un buon lavoro bisogna studiare. Per essere persone migliori, certamente; ma per campare in questi tempi è meglio fare l’influencer, lo youtuber, o altri lavori bizzarri. Che possono essere gratificanti e, più di una professione intellettuale, remunerativi. Uno di questi è capitato a Paloma Pozanco. La quale ha 25 anni, spagnola di Cadice, e prima di questa esperienza (mangiare il gelato) non aveva mai firmato un contratto di lavoro – ha studiato Legge e sta preparando concorsi.

L’offerta della Nestlé- “Essere pagati per mangiare un gelato dopo l’altro e per di più pagare i contributi previdenziali è incredibile. È un lavoro da sogno”. Così questa giovane donna commenta la mansione che può mettere nel curriculum. Un’occasione da non rendere unica: “Ripeterei l’esperienza un milione di volte”. Immaginiamo che a pensarla in questo modo non sia l’unica. Paloma, infatti, aveva risposto a un annuncio postato su Infojobs lo scorso ottobre, al quale si erano candidati 49.584 persone – un numero record. La “professione” richiesta era quella di tester del gelato Maxibon della Nestlé. Figura che possa assaggiare il gelato che la multinazionale svizzera lancerà nel 2024. La prima persona esterna, che possa fare da cavia, potremmo dire.

L’esperienza fatta dalla giovane le ha fruttato mille euro. Per soli due giorni di lavoro: uno svolto da casa, l’altro in un giardino lontano dalla sua abitazione. Dopo aver degustato il prodotto lo ha recensito. Le sarà piaciuto? Una pillola amara, quel gelato remunerativo, non è stata di sicuro.

Dal gelato alla musica: il “cool jobs”- Un’offerta simile è la ricerca di un tester per il Wizink Center. Persona che dovrà assistere ai concerti di artisti spagnoli, come Melendi e Aitana Lopez: l’obiettivo è migliorare il rapporto tra cantanti e fan. L’impegno stavolta dura tre giorni e frutta sempre 1.000 euro. L’offerta viene sempre da Infojobs, che mette in evidenza il “cool jobs”, attirando migliaia di candidature. I lavori collocati in questa iniziativa saliranno a cinque nel prossimo mese.

Usa, dai fondi di caffè la speranza per la cura di Parkinson e Alzheimer

È stata definita una delle sfide più complesse per il secondo Paese più longevo al mondo, qual è l’Italia. Una malattia che spaventa: l’Alzheimer. Parimenti il Parkinson. Malattie neurodegenerative per le quali non esiste una cura attualmente. La ricerca, però, non si arresta, ed è vicina a un punto di svolta. La speranza viene dai Quantum Dots di carbonio a base di acido caffeico, realizzati con gli scarti di una tazza di caffè, i quali si sono dimostrati promettenti nel trattamento dei disturbi neurodegenerativi. 

I ricercatori statunitensi hanno scoperto che questi farmaci a basso costo hanno contribuito a proteggere dagli effetti del Parkinson in esperimenti provetta quando la malattia era causata da un pesticida chiamato paracqua. L’auspicio è che lo stesso trattamento possa essere utilizzato anche per aiutare le persone nelle prime fasi della demenza, per evitare che la malattia progredisca ulteriormente. La conferma viene da Jyotish Kumar. “I Cacqd hanno il potenziale per essere trasformativi nel trattamento dei disturbi neurodegenerativi”, ha dichiarato lo studioso dell’Università del Texas a El Paso.

La mission: cercare una cura per Parkinson e Alzheimer

Lo stesso Jyotish Kumar ha chiarito che nessuno dei trattamenti attualmente in uso risolve le malattie. Si può soltanto gestire i sintomi. “Il nostro obiettivo è trovare una cura affrontando le basi atomiche e molecolari che guidano queste condizioni”. È importante intervenire nella fase iniziale dei disturbi. Che causati da fattori ambientali o da stili di vita, presentano caratteristiche comuni, come gli elevati livelli nel cervello di radicali liberi – molecole dannose note per contribuire ad altre malattie, anche tumorali. Ebbene, nello studio condotto si è dimostrato che i Cacqd sono stati in grado di rimuovere i radicali liberi o di impedire che gli stessi causassero danni, e che hanno inibito l’aggregazione dei frammenti di proteina amiloide senza causare effetti collaterali significativi.

La conclusione

Il team ipotizza che negli esseri umani, nella fase iniziale di una patologia come l’Alzheimer o il Parkinson, un trattamento a base di Cacqd possa essere efficace nel prevenire la malattia vera e propria. Per questo è fondamentale intervenire nella fase embrionale. Ovvero affrontare questi disturbi prima che raggiungano la fase clinica, perché non si debba essere costretti a fare il miracolo. Viene altresì sottolineata la peculiarità dell’acido caffeico. Che può penetrare la barriera emato-encefalica, al punto da esercitare i suoi effetti sulle cellule del cervello.

Russia, la qualità della vita migliora: indicatori record nel settore dell’edilizia

I numeri si riferiscono al periodo in cui infuria inarrestata la guerra in Ucraina. E sembrano andare nella direzione contraria alle sanzioni inflitte dall’Occidente, dall’Alleanza Nato e dall’Unione europea, volte ad indebolire l’economia della Russia. Buon per la popolazione, se sul piano dell’edilizia quasi 7 milioni di cittadini miglioreranno, entro la fine dell’anno, le loro condizioni. L’annuncio viene da Vladimir Putin in occasione dell’incontro tenuto il quattordici novembre con il capo del Ministero delle Costruzioni Irek Faizullin.

Edilizia, la crescita della Russia

“Nel 2023 abbiamo migliorato le condizioni abitative di 7 milioni di persone, cioè 3,2 milioni di famiglie. Abbiamo reinsediato quasi 2 milioni di metri quadrati di alloggi di emergenza -1,8 milioni di metri quadrati, pari a 104,4mila persone”. Così Putin nel suo intervento di apertura. “E abbiamo migliorato 7031 spazi pubblici”, ha aggiunto il presidente della Federazione russa. Gli fa eco lo stesso ministro per il quale quest’anno si prevede la messa in funzione di un numero record di 104-105 metri quadrati di abitazioni – già raggiunti gli 83,6 milioni di metri quadrati secondo Putin. Dalla costruzione di edifici al reinsediamento degli alloggi di emergenza, dal programma di riparazione, ripristino e ammodernamento delle infrastrutture al recupero delle strutture presenti nelle nuove regioni: i temi al centro dell’incontro, affrontati dal ministro e dal presidente russo. Mentre si intensificano gli interventi anche sul piano della manutenzione.

Al netto dei numeri, il dato che emerge è la tenuta del Paese. Mentre la guerra, laddove è combattuta (ad oltranza in Ucraina), rivela la propria forza distruttiva del tessuto economico. E non soltanto nel settore dell’edilizia. Anche il primo cittadino di Mosca Sergey Sobyanin aveva già dichiarato che solo nella capitale, dall’inizio del 2023, sono stati costruiti e messi in funzione 10,7 milioni di metri quadrati di immobili, di cui la metà sono abitazioni.

Leggere nel pensiero: si può fare, secondo la Duke University

Una grande opportunità. Così va concepito l’impianto cerebrale testato da un team di neuroscienziati, neurochirurghi ed ingegneri. Segnatamente da quelli della Duke University negli Stati Uniti: lo strumento è in grado di decodificare i segnali provenienti dal cervello ad una velocità superiore di quella offerta dagli strumenti disponibili attualmente. Che sono alquanto ingombranti, oltre ad essere lenti.

Lo studio della Duke University

La nuova tecnologia utilizza un nuovo dispositivo che, grande ovvero piccolo come un francobollo, pezzo flessibile di plastica per uso medico, è dotato di ben 256 microscopici sensori cerebrali. Quattro pazienti lo hanno provato sottoponendosi a test di “ascolto e ripetizione” della Duke University. Il dispositivo ha registrato l’attività della corteccia motoria del linguaggio di ciascun paziente mentre coordinava quasi 100 muscoli che muovono le labbra, la lingua, la mascella e la laringe – i soggetti erano stati invitati a ripetere ad alta voce una serie di parole. I dati sono stati poi inseriti in un algoritmo di apprendimento automatico. L’obiettivo: verificare la precisione con cui lo strumento poteva prevedere il suono prodotto, basandosi esclusivamente sulle registrazioni dell’attività cerebrale.

Ne è emerso che alcune parole avevano un’accuratezza dell’84 per cento nella traduzione corretta. Tuttavia, la precisione diminuiva quando si analizzavano i suoni nel mezzo o alla fine di una parola senza senso, oppure quelli simili come p e b.

A chi serve

Come ha rilevato il professor Gregory Cohan, ci sono molti pazienti che soffrono di disturbi motori come la SLA o la sindrome locked-in, debilitanti al punto da compromettere la capacità di usare la parola. A questi la nuova tecnologia può offrire un valido supporto. È stata già testata su soggetti che dovevano sottoporsi a un intervento chirurgico al cervello, per curare il morbo di Parkinson, o per rimuovere un tumore. E poiché il tempo a disposizione era alquanto limitato in sala operatoria, si è deciso di testarlo entro un quarto d’ora. Dalla teoria alla pratica, alla realtà: l’applicazione del nuovo impianto sembra essere lontana oggi; la velocità ancora lenta, rispetto al linguaggio naturale. Ma è stato fatto un significativo passo in avanti, dichiarano dalla Duke University.

Lizzi Jordan, dalla cecità ai sogni di gloria

Il male che non ti uccide ti fortifica. E Lizzi Jordan ci è andata vicina alla morte, prima di dare alla propria vita una imprevedibile, insperata, svolta. Si è riscoperta atleta lanciata verso traguardi da sogno. Che sono alla portata di una persona dal potenziale enorme, sottolineato dalla sua allenatrice: la campionessa paralimpica Helen Scott. Un potenziale sviluppato rapidamente da chi vuole dare il massimo e fare sempre meglio.

Il dramma di Lizzi Jordan

Una serata come tutte le altre: è il 2017 quando la 19enne studentessa di psicologia alla Royal Holloway, University of London, consuma un pasto al fast food. Fa l’esperienza di una intossicazione alimentare causata da un raro ceppo di batterio E. La conseguenza è il coma, la lotta per la sopravvivenza. Lizzi Jordan si risveglia ma priva della vista. Una botta tremenda.

A confidarlo lei stessa, in una intervista rilasciata a BBC Sport: “Ero molto, molto malata. Ho sofferto di un’insufficienza multipla degli organi e i medici hanno avvertito i miei genitori in diverse occasioni che avrei potuto non farcela”. “Ma grazie all’uso di un farmaco raro e costoso, sono riusciti a farmi uscire dal coma”, continua LJ ricordando quanto sia stato terrificante il risveglio da cieca. Nella sua mente l’interrogativo che chiunque si farebbe senza trovare risposta (“Come farò a vivere la mia vita senza la vista?”). Immaginiamo gli attimi di terrore diventati giorni. Poi la svolta: “Mi sono detta, ho due opzioni: posso starmene seduta a piangermi addosso, oppure posso provare a fare qualcosa della mia vita e magari realizzare qualcosa che non avrei fatto nemmeno se avessi avuto la vista”. Ha scelto la seconda.

La rinascita attraverso lo sport

Un passo alla volta, Lizzi Jordan ha dapprima imparato a camminare, poi ha corso: ha preso parte alla Maratona di Londra nel 2019, raccolto 13mila sterline per l’associazione RNIB. Quindi l’incontro con la bicicletta. Una compagna con la quale non andare a spasso, ma lavorare duramente. Ai test effettuati nel 2020, in una giornata organizzata dal British Cycling per la scoperta di nuovi talenti, ha impressionato positivamente, sebbene prima di diventare cieca avesse a malapena guidato una bicicletta. Si è data all’agonismo conquistando la medaglia d’oro ai Campionati del Mondo 2023 di Glasgow. E pure il bronzo nel tandem kilo, insieme ad Amy Cole, ciclista vedente – l’argento al Campionato mondiale di paraciclismo su pista UCI lo scorso anno. Il suo obiettivo adesso è far parte della squadra di paraciclismo della GB alle Paralimpiadi di Parigi nel 2024. Una sfida che intende vincere, per continuare ad imparare da un’intensa e non comune esistenza. Naturalmente la donna ha già imparato dalle persone alle quali può fare affidamento. Ma vuole rendersi anche autonoma: si è iscritta a un corso di formazione per fare uso di un bastone bianco. “Mi cambierà la vita”, dice, come se non avesse preso coscienza di quanto di straordinario sta già facendo ponendosi come modello virtuoso, punto di riferimento in tutto il mondo.

27 ottobre, il nostro No alla pseudocultura della violenza e dell’odio

Il popolo della pace chiamato a raccolta. Una giornata, quella di venerdì prossimo 27 ottobre, che vuole essere un inno alla Vita attraverso la mobilitazione: in tutta Italia si scende in piazza e ci si riunisce nei luoghi di aggregazione per chiedere la pace laddove la guerra, feroce, inattesa, si è fatta protagonista negli ultimi giorni. Ovvero in Israele e in Palestina. Perché alle guerre, ai fiumi di sangue, che sono una costante nella storia, l’uomo evoluto si ribella.

Le iniziative

In prima linea c’è Amnesty International Italia. Che chiede il rispetto dei diritti umani, la protezione dei civili, e lo stop della violenza in Palestina e Israele. L’iniziativa è condivisa da Aoi (Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale) e da tante altre realtà della società civile. Segnatamente questo è l’appello rivolto alle istituzioni italiane: rimettere al centro dell’azione politica proprio il rispetto dei diritti umani e della vita delle persone. Tra i tanti eventi, appuntamenti pubblici e incontri, va segnalata la lectio magistralis che il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury terrà a Trieste, in occasione del 75esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. L’intera settimana è caratterizzata dall’attivismo nelle principali città d’Italia. Dai flash mob ai seminari, dalle mostre a tema ai workshop agli stand informativi e proiezioni passando per i momenti conviviali: tutto questo rientra nella campagna #IoMiAttivo

27 ottobre di digiuno e preghiera

Un pacifista come papa Bergoglio non può che sostenere la grande mobilitazione. Infatti, per lo stesso 27 ottobre, è prevista una giornata di digiuno e preghiera: le armi del credente. La ricorrenza è l’anniversario dell’Incontro interreligioso di Assisi del 1986. Il momento di raccoglimento si terrà a San Pietro alle ore 18.00. E potrà coinvolgere “fratelli e sorelle di varie confessioni cristiane, appartenenti ad altre religioni, e quanti hanno a cuore la causa della pace”. Ovvero coloro che non accettano il sacrificio di vittime innocenti.

Tacciano le armi

L’invito, il monito, del pontefice è ad ascoltare il grido di pace dei poveri, della gente. Dei bambini particolarmente. Perché la guerra non risolve alcun problema, denuncia Francesco: semina solo distruzione e morte. I riflettori dei media si sono spostati dall’Ucraina al Medio Oriente. La condanna va estesa a tutti i conflitti che sconquassano il mondo, per scongiurare anche l’allargamento di quei fronti bellici già aperti. Il pensiero va alla martoriata Ucraina, sempre. Al rischio che i conflitti diventino guerre di logoramento. Perché per arrestarli, in sostanza, non si fa niente. La priorità intanto è evitare la catastrofe umanitaria a Gaza. La stessa Amnesty International denuncia e documenta gli attacchi illegali compiuti dalle forze israeliane che hanno causato, tra i civili, massicce perdite: chiunque compia simili azioni, l’aggressore come l’aggredito, va messo sotto processo per crimini di guerra. Il numero di morti e feriti tra i bambini è sconcertante. Si contano almeno 2.360 vittime negli ultimi 18 giorni, denuncia l’Unicef attraverso il direttore regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa Adele Khodr.

Giochi mondiali dell’Amicizia 2024, l’ultima trovata di Putin

Lo abbiamo visto proporsi persino come mediatore nel conflitto in Medio Oriente tra Israele e Hamas chiedendo il cessate il fuoco, la fine delle ostilità. Come se solo lui fosse titolato a far la guerra, in corso contro l’Ucraina. Adesso Vladimir Putin punta anche sullo sport per riabilitarsi a livello internazionale. Ma in totale autonomia, senza alcuna richiesta di approvazione da parte delle federazioni internazionali, ha firmato il decreto per lo svolgimento di una competizione che si terrà il prossimo anno. Significativo che l’abbia denominata Giochi mondiali dell’Amicizia. A voler intendere lo sport come strumento di riconciliazione tra nazioni e popoli.

Giochi mondiali dell’Amicizia

Le competizioni “World Friendship Games” si terranno a Mosca e a Ekaterinburg nel prossimo mese di settembre. Nascono per garantire il libero accesso degli atleti e delle organizzazioni sportive russe alle attività sportive internazionali, lo sviluppo di nuove forme di cooperazione sportiva internazionale. Lo si chiarisce nel documento varato. I Giochi mondiali dell’Amicizia dovrebbero tenersi ogni quattro anni. Secondo il format delle Olimpiadi, che si terranno a Parigi nel 2024, e che vedranno l’esclusione della Russia verosimilmente, a causa dell’invasione dell’Ucraina bollata come un’infamia. La competizione russa, la cui prima edizione partirà il mese dopo, comprenderà 30 sport, dei quali 20 olimpici. E  chiamerà a raccolta circa 10mila atleti – potrebbero essere inserite altre 14 discipline sportive. Ad annunciarlo è stato lo stesso Putin a margine del forum internazionale “La Russia è una potenza sportiva” tenutosi a Perm. Ricordiamo che il presidente della Federazione russa è uno sportivo, praticante delle arti marziali: mal deve digerire l’isolamento subito anche in questo ambito. È dal 2022, infatti, che vige il divieto di organizzare in Russia competizioni internazionali. Decisione che non tutti i Paesi condividono.

L’altro mondo

Putin si è rivolto alla sua popolazione dichiarando che uno degli obiettivi del Paese in ambito sportivo è quello di attirare il 70 per cento dei russi verso lo sport entro il 2030. Ha inoltre evidenziato i segni di degenerazione che lo sport internazionale, “molto commercializzato e politicizzato” sta mostrando: per contrastarli egli promuove la creazione di nuove leghe e associazioni che “mineranno il sistema di monopolio stabilito dall’ufficialità internazionale”. Putin, insomma, sa che i rapporti con l’Occidente sono irrimediabilmente compromessi, almeno nel medio termine; e cerca di correre ai ripari inventandosi altro. Ai Giochi mondiali dell’Amicizia i Paesi cosiddetti ostili non potranno di certo prendere parte. Gareggeranno invece gli atleti delle Nazioni membri dell’Alleanza politica: Brasile, India, Cina e Sudafrica, insieme alla Russia. Ma anche Pakistan e gli ex Stati sovietici dell’Asia centrale, Kazakhstan, Kirghizistan, Tajikistan e Uzbekistan. L’auspicio è che entro quella data nuove inimicizie non vengano a nascere precarizzando ulteriormente gli equilibri mondiali.

Terremoto Afghanistan, l’emergenza ignorata dalla comunità internazionale

“La devastazione è totale. Ci sono villaggi completamente distrutti, perché le case, fatte di fango e paglia, sono crollate completamente a causa del terremoto; quando si passa di lì, si può vedere che molti dei morti sono sepolti con le pietre”. A tratteggiare questo quadro inquietante è Thamindri de Silva. Il quale, direttore generale dell’Ong World Vision in Afghanistan, prova a spostare l’attenzione su quanto sta accadendo in un Paese scosso da una nuova emergenza comunitaria: il terremoto, o meglio l’ondata sismica, di magnitudo compresa tra 5.5. e 6.3, verificatasi sabato scorso 7 ottobre.

L’assistenza che manca

La catastrofe ci riporta al terribile post terremoto che ha colpito la Turchia e la Siria, lo scorso febbraio, facendo circa 60mila vittime. Allora, però, c’era l’ausilio della tecnologia utilizzata in quell’area, e il supporto dei tanti Paesi che inviarono squadre di emergenza. A denunciarlo, sulle pagine del quotidiano spagnolo El Pais, il responsabile delle comunicazioni dell’Unicef in Afghanistan, Daniel Timme. Il quale aggiunge che tutto è molto più improvvisato. E che c’è il sostegno di due Paesi soltanto: l’Iran e la Turchia. Gli aiuti alla popolazione arrivano dalle Ong locali e internazionali. Che devono fronteggiare la scarsa assistenza internazionale. Come ha dichiarato lo stesso de Silva, l’Afghanistan ha ricevuto soltanto il 20 per cento degli aiuti internazionali di cui necessitava prima del terremoto; e il timore è che quanto sta accadendo nel resto del mondo, soprattutto il conflitto di Gaza, mettano in ombra il nuovo disastro verificatosi nel Paese, e le emergenze umanitarie che lo stesso ha generato.

Terremoto in Afghanistan, la terra trema ancora

Nelle scorse ore, intanto, una nuova forte scossa di magnitudo 6,3 ha colpito la parte occidentale del Paese. Segnatamente l’area limitrofa alla città di Herat, vicino all’epicentro del terremoto di sabato scorso. Le vittime sono circa 2.400 in totale. Donne e bambini, in particolare. Altrettanti i feriti, secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero della Sanità pubblica afghano – a oltre 72 ore dalla catastrofe, diminuiscono sempre più le probabilità di ritrovare persone in vita. Lo riportano anche i Talebani, che da oltre due anni hanno ripreso il potere in Afghanistan. Gli stessi hanno incontrato le Ong per coordinare l’assistenza umanitaria. A tal fine, per aiutare la popolazione locale, alle donne viene concesso di lavorare di più. Temporaneamente, sia chiaro: l’emergenza lì, nella terra abbandonata nel 2021 dagli americani, è vissuta in tutti gli altri giorni dell’anno, in termini di mortificazioni e di violazione dei diritti umani.

Addio al fumo: le nuove generazioni sono più intelligenti e virtuose

Fumare nuoce gravemente alla salute. È risaputo quanto riporta proprio il pacchetto di sigarette nel monito rivolto al consumatore: un paradosso destinato ad avere fine, l’acquisto di ciò che si trova in tabaccheria. Almeno nel nord  Europa. Si pensi alla Nuova Zelanda che, seguita a ruota dal Regno Unito, è il primo Paese al mondo ad introdurre leggi volte a impedire alle nuove generazioni di darsi al vizio del fumo.

I numeri in fumo

In Nuova Zelanda è stato raggiunto un minimo storico: attualmente soltanto l’8 per cento della popolazione fuma. Numeri incoraggianti anche nel Regno Unito. A fumare, infatti, è circa il 12,9% degli adulti. Tuttavia va sottolineato che il fenomeno del vaping non è in crisi. Anzi, i fumatori di sigarette elettroniche aumentano. Tra gli adulti britannici la percentuale si attesta sull’8,7%.

Un tabù per i minori

Il primo ministro del Regno Unito Rishi Sunak ha dichiarato che i bambini sotto i 14 anni non potranno mai acquistare legalmente sigarette nel corso della loro vita. Lo ha detto intervenendo alla conferenza del Partito Conservatore del 2023 a Manchester. Con questa motivazione: “Dobbiamo affrontare la più grande causa interamente prevenibile di malattia, disabilità e morte. E questo è il fumo, e il nostro Paese”. Così diventerà illegale vendere tabacco a chiunque sia nato dopo il 2008. Per tutti gli altri, per i fumatori più incalliti, sarà raccomandato il passaggio alle sigarette elettroniche. Che pure provocano dipendenza da nicotina e numerosi problemi alle vie respiratorie. Il premier, infatti, ha preannunciato di voler mettere al bando i vapes con confezioni e aromi pensati per attirare i giovani.

Step by step

Per liberarci delle sigarette, una volta per tutte, il primo passo è l’innalzamento dell’età legale. Già fatto: per fumare oggi bisogna essere maggiorenni, prima del 2006 il fumatore poteva avere 16 anni. Si potrebbe alzare l’età legale ad almeno 22 anni. Perché al di sopra di quell’età, come conclude un recente studio giapponese presentato al congresso della Società europea di cardiologia (Esc), è meno facile acquisire la dipendenza dal fumo. E liberarsene meno difficile. Per aiutare il governo a raggiungere questo obiettivo, l’All-party parliamentary group (Appg) ha definito dodici passi. Alleati preziosi insieme alla proposta di legge che potrebbe portare alla svolta storica. A fare del Regno Unito, entro il 2040, il primo Paese “libero dal fumo”. Un modello virtuoso da emulare tra gli Stati membri dell’Unione europea.

Per non dimenticare: i danni del fumo

Ogni anno il fumo uccide più di 8 milioni di persone. Segnatamente 7 milioni di fumatori attivi, e circa 1,2 milioni di soggetti esposti al fumo passivo – fonte Oms. Per tanti la sigaretta rappresenta una compagna amica. Qualcuno azzarda persino dei benefici, sui livelli di attenzione, in abbinamento al consumo di caffeina. Nessuno nega il fascino che la sigaretta ha esercitato per decenni, particolarmente attorno alla figura maschile (la puzza mal si concilia con la bellezza e con la grazia nella donna), ma in un mondo minacciato da nuove e gravi crisi, non possiamo più permetterci alcun atto di autolesionismo.

Segnali di disgelo attraverso l’abbigliamento: OVS apre a Mosca

La guerra infuria in Ucraina. E l’escalation continua, stando alle ultime dichiarazioni di Vladimir Putin, c’è poco da stare tranquilli: il presidente della Federazione russa ha minacciato l’utilizzo di nuove armi chimiche, in produzione. Una notizia interessante che potrebbe prestarsi ad una lettura positiva è invece il ritorno di OVS nel mercato russo.

L’annuncio è stato dato da Natalia Kermedchieva: “Aviapark, Evropeisky, Oceania e Salaris sono già stati aperti. Columbus e TsDM sono in arrivo; all’inizio il marchio ha sviluppato solo la categoria dei bambini, poi ha aggiunto quella degli uomini e delle donne”. “Scommetto che il marchio si svilupperà a un ritmo moderato, cioè aprirà prima 3-7 negozi a Mosca e a San Pietroburgo. Poi si valuterà l’aspetto economico”, ha aggiunto la responsabile dei nuovi marchi presso l’Unione dei centri commerciali (STC)

Il numero non trova conferma. Ma, secondo quanto riferiscono alcune fonti, il gruppo leader in Italia nel mercato dell’abbigliamento OVS avrebbe intenzione di aprire più di cinquanta negozi. Si stima un investimento di oltre 200 milioni di rubli. L’investimento fa il paio con quello preannunciato da Decathlon: l’azienda francese specializzata in articoli sportivi a accessori per lo sport prevede di aprire in Russia il prossimo quindici novembre con il nuovo nome AllDoSport. Un avvio con pochi prodotti inizialmente. Chi ha già ripreso la collaborazione con il Paese in guerra contro l’Occidente è il marchio americano Tommy Hilfiger, che ha aperto il suo primo negozio nel centro commerciale Aviapark di Mosca.

A partire dal febbraio 2022, quando è cominciata la guerra in Ucraina, alcune aziende avevano sospeso le attività o abbandonato il mercato russo. Le stesse hanno poi cambiato atteggiamento. Al punto che, il 19 settembre 2022, il ministro dell’industria e del commercio Denis Manturov aveva dichiarato che le aziende straniere sono ora interessante a continuare le operazioni, o a garantire le condizioni per il loro ritorno. Insomma, il linguaggio dei soldi, il business, legano più delle armi ancora inviate per la difesa di un popolo in forte sofferenza.

Spie glamour invadono la Gran Bretagna e gli Stati Uniti: l’altra guerra di Putin

Nella storia sono sempre esistite. Si pensi ad Elsbeth Schragmuller, a Mata Hari, Edith Cavell o Marthe Richard: agli anni della Prima guerra mondiale (1914-1918) quando lo spionaggio dovette aprirsi al mondo dei civili. Figure che non hanno recitato solamente in parti minori. Così anche Vladimir Putin, nella guerra aperta contro l’Ucraina, allargata ai Paesi che gli sono ostili, fa ricorso a un esercito di spie. Donne attraenti con le quali potrebbe aver inondato la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Lo riporta il quotidiano britannico The Sun. La conferma viene dalle operazioni della polizia che, il mese scorso, ha smascherato il presunto giro di spie russe, a Londra e nella città di Great Yarmouth nel Norfolk.

Come agiscono le spie

Nessuna novità, potremmo dire, alla luce di quanto già accaduto. L’elemento innovativo, in una guerra che si combatte non soltanto per mezzo delle armi convenzionali e con i missili, sta nell’esistenza di vere e proprie scuole di seduzione in Russia, dove le avvenenti spie imparano le tecniche utili alla causa della Federazione russa.

Ad essere presi di mira sono personalità militari e politiche. Uomini che le spie glamour approcciano allo scopo di ottenere informazioni. Le stesse si impegnano a condurre una vita normale, rivela l’ex spia Philip Ingram; ma in realtà “lavorano” le loro vittime – si ritiene che centinaia di “madame” gestiscano reti di spie in diverse città della Gran Bretagna e di altri Paesi in Europa. Il loro lavoro consiste nel prendere parte ad eventi e a feste dove possono fare le conoscenze giuste. Ciò accade sin dai tempi della Guerra Fredda quando le spie raggiungono bar, ristoranti e locali notturni, si avvicinano a uomini e donne di mezza età soprattutto, con l’intento di ricattare i funzionari per ottenere segreti.

Le insospettabili: i casi noti

Tra le spie glamour più famose ci sono Anna Chapman, la rossa dai capelli di fuoco, che ha lavorato come agente dormiente per la Russia negli Stati Uniti; la “gioielliera” Maria Adele Kuhfeldt Rivera, che è stata agente del GRU al servizio della Russia (lo ha rivelato lei stessa, l’anno scorso), e prima di essere identificata come Olga Kolobova, è stata legata sentimentalmente ad alti ufficiali statunitensi e di altri Paesi Nato. Ciò è avvenuto in Italia, a Napoli. Tra i cinque cittadini bulgari accusati di spionaggio per la Russia c’è Vanya Gaberova, estetista che gestiva il salone Pretty Woman ad Acton a Londra: agli occhi di chi la conosceva era una donna normale, discreta e timida. Sono donne che potrebbero non aver fatto le “scuole di seduzione” ma che hanno imparato sul campo il mestiere. Come ha confidato lo stesso Philip Ingram, le aspiranti spie da reclutare e mandare in giro devono possedere determinati requisiti, e vengono esaminate per vedere se sono “disposte a spingersi un po’ più per la Madre Russia”.

In definitiva, l’utilizzo delle spie glamour rappresenta un’arma in più in uso a Putin, che può conoscere le abitudini altrui, e fare leva sulle debolezze del nemico.

Undici settembre, la catastrofe che è costata agli Usa oltre 5.800 miliardi

Una ferita sempre aperta. Che non si può rimarginare: con gli stessi sentimenti di sgomento, di dolore e incredulità, il mondo ricorda gli attentati alle Torri Gemelle del World Trade Center di New York dell’undici settembre, per il 22esimo anno. Il primo dei quattro aerei di linea dirottati, schiantatosi sulla Torre nord a circa 750 km/h, tra il 93° e il 99° piano, ha dato una svolta alla storia contemporanea. Erano le 8.46 (14.46 in Italia) di quella che sembrava essere una splendida giornata. A tutti i livelli, le ricadute della catastrofe sono state importanti. E magari nemmeno immaginabili.

Le spese militari

Tra il 2001 e il 2022 gli Usa hanno speso oltre 5.800 miliardi di dollari. La cifra viene dalle stime del Watson Institute della Brown University; alla stessa vanno aggiunti i costi di cura dei veterani – almeno altri 2.200 $ stimati fino al 2050. All’indomani degli attentati dell’undici settembre l’obiettivo era l’uccisione di colui che fu riconosciuto come il principale responsabile. Ovvero di Osama Bin Laden (1957-2011). La morte del fondatore e leader di Al Qaeda non ha portato, però, a risultati concreti nella lotta alla stessa organizzazione terroristica internazionale. La riprova sta nel ritiro delle truppe statunitensi e della coalizione Nato dall’Afghanistan, avvenuto nel maggio 2021. Azione che, di fatto, ha dato lo Stato in pasto ai talebani. Le operazioni militari si collocavano nella mission denominata nation building. Miravano, cioè, alla costruzione di uno Stato afghano che rispettasse i criteri della democrazia e della stabilità. Oltre alle risorse impiegate sul piano bellico si pensi a quanto speso in sicurezza nel sistema di prevenzione di nuovi attentati. Perché da quel giorno l’intero Occidente si è sentito e continua a sentirsi sempre più vulnerabile.

Undici settembre, il valore della Memoria

Ricordare significa dare giustizia alle vittime e ai loro familiari. Circa 3000 i morti accertati, dalla mattina degli attentati nel cuore della Grande Mela agli ultimi anni, a causa delle patologie sviluppate, correlate allo stesso evento drammatico. La lista è sconfinata, e ancora aggiornata: nelle scorse ore il corpo dei vigili del fuoco ha aggiunto 43 nomi nuovi; le autorità di New York hanno dato un nome ad altre due vittime delle stragi, identificati grazie a un test avanzato del Dna. Tecniche all’avanguardia hanno permesso di non lasciare ignote alcune delle persone che se ne sono andate. Così la tecnologia (almeno quella) ha fatto progressi utili all’umanità. Tuttavia, va considerato che ancora il 40 per cento delle vittime totali resta non identificato. Il memoriale dell’undici settembre ha raggiunto persino Marte. Artefici dell’impresa i rover Spirit e Opportunity che vi hanno portato un ricordo interplanetario per le vittime degli attentati. Una lezione di umanità. Un messaggio che agli extraterrestri in giro per la galassia può dire quanto siamo stupidi noi mortali, capaci di farci del male; ma pure di trovare la via della rinascita e del riscatto.

Robot al posto degli studenti: quando la tecnologia è al servizio dell’etica

Gli abbiamo visti in azione durante la pandemia da Covid 19. Quando le restrizioni rendevano impossibile la frequenza, gli assembramenti, le sedute di laurea fatte in presenza. Adesso nelle scuole del Giappone i robot potrebbero prendere nuovamente il posto degli studenti: è l’idea avanzata dalle autorità di Kumamoto, città che ha già fatto tra le aule l’esperienza del metaverso. Lo riporta il portale Insider Paper. C’è da scommettere che la proposta troverà applicazione, compimento, in un Paese estremamente avanzato sul piano tecnologico. Questa può essere presa a modello.

L’obiettivo dei robot

L’iniziativa, che dovrebbe partire a novembre, è finalizzata all’azione di contrasto contro l’assenteismo ed il bullismo nelle scuole. Un sostegno a quanti manifestano, in generale, difficoltà di inserimento nelle classi degli istituti scolastici che frequentano. Robot di altezza non superiore al metro potrebbero spostarsi da una classe all’altra autonomamente, controllati a distanza dagli studenti, per fare in modo che i “sostituti” possano prendere parte alle lezioni e alle discussioni con i compagni.

“Comunicare attraverso questi robot non è completamente reale, ma può dare un certo senso di realtà ai bambini che sono ancora insicuri e hanno paura di interagire con gli altri. Speriamo che questo aiuti questi bambini a superare le loro paure”. Così il portavoce della città Maki Yoshizato motiva il progetto. In particolare, l’idea di utilizzare i robot nasce dall’esigenza di porre un argine all’incremento del numero di assenze degli studenti. I quali preferiscono starsene a casa per non subire umiliazioni dai loro coetanei e tenere a bada i sentimenti di paura o ansia. Il fenomeno del bullismo, infatti, può fare danni consistenti, anche permanenti. L’assenteismo in Giappone ha coinvolto il numero record di  244.940 studenti delle scuole primarie e secondarie. Lo attesta l’ultima indagine del ministero dell’Istruzione, con riferimento al 2021.

Il pericolo incombente

Gli aggressori sono giovani ma anche adulti. Si pensi a quanto capitato, lo scorso mese di maggio, ad uno studente di Tokyo accoltellato da un anziano nei pressi di una stazione ferroviaria. Anche l’Italia deve fare i conti con l’incremento degli episodi di violenza. Sono infatti in costante crescita i casi di molestie, bullismo o cyber bullismo negli ultimi cinque anni, dei quali sono vittime bambini e adolescenti – 32.600 nel periodo 2022/2023. Violenze fisiche o psicologiche che richiedono interventi. Dal Belpaese al continente asiatico, anche la tecnologia può fare la sua parte per instillare nei più giovani la cultura del rispetto. Come aveva preannunciato il primo cittadino di Kumamoto Kazufumi  Onishi, qualsiasi azione, allora, può essere messa in campo per offrire più opzioni a quegli studenti che non possono raggiungere il luogo dove dovrebbero essere.

Modello Coluccia: la Chiesa che ci piace sa dare fastidio

È il prete simbolo della lotta allo spaccio e alla criminalità a Roma. Ma non chiamatelo eroe: don Antonio Coluccia è stato vittima di una intimidazione, perché fa il proprio dovere. L’episodio si è verificato durante una marcia per la legalità in Via dell’Archeologia. Nel pomeriggio di ieri, martedì scorso 29 agosto, un uomo ha cercato di investirlo in scooter per le strade di Tor Bella Monaca, dove si stava tenendo la manifestazione. L’aggressore non è andato a segno. Infatti, si è frapposto un agente della scorta, il quale ha reagito sparando e ferendolo la stessa persona. Un grande spavento per il sacerdote salentino originario di Specchia, che ha confidato di aver avuto paura. Il responsabile dell’aggressione era un bielorusso 28enne già noto alle forze dell’ordine. In quanto aveva precedenti per droga – dopo una colluttazione è stato poi trasportato al Policlinico Casilino.

Don Antonio Coluccia, la missione ininterrotta

“L’aggressione non mi fermerà. Continuerò la mia battaglia che sto portando avanti contro la criminalità che controlla le piazze di spaccio a San Basilio, Quarticciolo e Tor Bella Monaca”. Così don Antonio Coluccia ha commentato l’agguato che poteva costargli la vita. Il suo lavoro, portato avanti da venticinque anni contro la criminalità organizzata e lo spaccio di droga (vive sotto scorta), non può piacere a chi delinque. Soprattutto, non viene visto di buon occhio l’attenzione del religioso verso i più giovani, i quali vengono sottratti alla cultura della morte, attraverso le numerose iniziative in cui vengono coinvolti.

Sulla scia di don Pino Puglisi

Don Antonio Coluccia rimanda a un’altra grande figura di riferimento del passato non troppo remoto. Il sacerdote che ha combattuto la mafia in Sicilia, a Palermo: don Pino Puglisi. Il quale amava proprio i giovani. E per toglierli dalla strada, dalle mani della mafia che li reclutava sin da giovanissimi, si impegnò, con la collaborazione di un amico e di un gruppo di suore – ricordiamo il film di Roberto Faenza Alla luce del sole (2005) che per la prima volta in televisione ne raccontò la storia. Don Pino Puglisi fu minacciato e picchiato. Infine assassinato. La determinazione del prete, che ha portato avanti la propria missione, è il segno della perseveranza che non trova ostacolo neanche di fronte al pericolo incombente della morte.

Così don Antonio Coluccia lascia intendere tutta la propria inarrestabile forza. L’auspicio è che l’esito sia diverso: che non venga lasciato solo. Se non altro, lo stesso ha ricevuto le telefonate del ministro Matteo Piantedosi, del primo cittadino di Roma Roberto Gualtieri, del Capo della Polizia Vittorio Pisani e di altre autorità. Compresa la solidarietà degli esponenti del mondo della politica. L’episodio può avere una duplice lettura… Come ha dichiarato il Presidente del Municipio VI delle Torri Nicola Franco, quanto accaduto dimostra che gli sforzi di don Coluccia “danno fastidio in questa zona”. Viva la Chiesa e gli uomini di Dio che scelgono la strada della lotta educativa e non quella della compromissione.

I 159 anni della prima Convenzione di Ginevra: la vita è sacra sempre

Reiterare l’impegno a tutela dei diritti delle vittime nelle guerre e promuovere la cultura del rispetto. È questa la mission nel ricordo della prima Convenzione di Ginevra – il 159 anniversario della nascita ricorre oggi, ventidue agosto. I diritti da tutelare includono quelli dell’assistenza a feriti e malati, il riconoscimento del prezioso lavoro offerto dalle strutture sanitarie e dal personale medico.

La sacralità della vita sotto la minaccia costante della guerra

“Ancora oggi assistiamo a numerose violazioni del Diritto internazionale umanitario (Diu) che minacciano pesantemente la protezione dei civili, nonché di tutti gli operatori umanitari e il personale medico impegnati a salvare vite umane”. Lo ha detto il presidente della Croce Rossa Italiana Rosario Valastro. Ricordando le parole di Henry Dunant, che sono un vivo monito nel presente: la vita è sacra sempre. Lo è anche in mezzo agli orrori della guerra. Laddove il virus della bestialità annebbia la mente e indurisce i cuori, sino alla sconfitta dell’umanità.

Prima convenzione di Ginevra

Sei erano le convenzioni negli anni che precedettero la prima e la seconda guerra mondiale. La Convenzione per il miglioramento delle condizioni dei militari feriti in guerra fu adottata il 22 agosto 1864 a Ginevra. Ad ispirarla fu lo stesso Henry Dunant, il quale fu impressionato dalle sofferenze inflitte a 40mila soldati durante la battaglia di Solferino, che nel 1859 contrappose l’esercito francese a quello austriaco. Promotore dell’iniziativa fu il Comitato Internazionale della Croce Rossa. Fattasi conoscere nel 1863, la “Società Ginevrina per il Benessere Pubblico” raccolse i rappresentanti di 11 Paesi europei, e degli Stati Uniti d’America, con l’obiettivo di salvare vite umane e prevenire o alleviare le sofferenze. Oltre all’Italia firmarono: Spagna, Prussia, Francia, Portogallo, Belgio, Danimarca, Paesi Bassi, Assia, Baden, Confederazione Svizzera e Wurtemburg. Mentre i rappresentanti di Inghilterra, Sassonia, Svezia e Stati Uniti non ebbero poteri di firma.

I valori

In linea di principio, la prima Convenzione di Ginevra dovrebbe tutelare tutte le persone “non combattenti”. Ovvero quanti sono vittime di conflitti che non vorrebbero minimamente. In realtà, come già denunciato più volte, tale principio non viene applicato quotidianamente in tutto il globo, nelle aree più disagiate particolarmente. Laddove non vengono garantiti i principi fondanti della stessa Convenzione di Ginevra, che sono sette: umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontarietà, unità e universalità. Valori che sono il faro della Croce Rossa.

Le quattro Convenzioni del 1949

Attingendo a quegli accordi e a quei valori, all’indomani della Seconda guerra mondiale (1939-1945) si tenne una conferenza internazionale, sempre a Ginevra, presieduta dal consigliere federale Max Petitpierre. L’iniziativa nacque dall’esigenza di compiere maggiori sforzi nella direzione della tutela delle vittime di guerra. Le quattro Convenzioni ratificate universalmente vennero poi integrate da tre protocolli aggiuntivi nel ’77 e nel 2005. Tutto questo rappresenta le fondamenta del diritto internazionale consuetudinario valido per tutti gli Stati e le parti in conflitto nel mondo.

Meteo, nessun caldo africano a ferragosto: quando si cade nel catastrofismo climatico

La premessa è che occorre combattere in modo concreto e celere quanto è correlato all’azione umana. Ovvero il tanto discusso, pernicioso fenomeno del cambiamento climatico, responsabile degli eventi meteo estremi. Pensiamo anche agli incendi che hanno fatto vittime e trasformato in un inferno il paradiso delle Hawaii. Come pure va contrastato il negazionismo di chi ha perso il contatto con la realtà. Ma non bisogna neppure esagerare, cadere nel catastrofismo facendo allarmismo climatico: con riferimento alle previsioni meteo per ferragosto, ad esempio, i media nazionali insistono su un’ondata di caldo rovente africano. Che non ci sarà, a quanto pare, in Italia. A denunciarlo sono gli esperti del portale meteobook. I quali osservano, studiano le carte, con professionalità, e lavorano nella logica contraria al sensazionalismo acchiappa like.

Previsioni meteo ferragosto: cosa dicono i modelli

Guardando alla circolazione delle masse d’aria prevista per le ore centrali di giorno quindici agosto, alla quota di 5.500 metri, si può osservare che le correnti in transito sull’Italia provengono da nord, e hanno un’origine marittima. Ovvero originate alle medie latitudini dell’Atlantico. Il tanto temuto caldo africano finirà invece tra la Grecia e l’Egeo. Così, guardando alla circolazione delle masse d’aria nei bassi strati, a 1.500 metri, si può notare che il pennacchio rovente nord-africano defluirà in direzione della Spagna. Ciò non significa che farà fresco sulla Penisola italiana. Ma che la stessa andrà ad auto produrre il caldo in proporzione alla compressione anticiclonica, detta subsidenza, e all’irraggiamento solare: condizione che farà salire le temperature sino a punte di 35-37 gradi, in alcuni casi. Insomma, caldo sì, ma niente di eccezionale. Non un’ondata assimilabile alle tre settimane di fuoco che abbiamo visto nel mese più caldo di sempre. Qual è stato luglio 2023.

Ancora meglio al Meridione

Le previsioni per ferragosto sono piuttosto rassicuranti. Al momento, la Puglia è interessata da venti settentrionali. E la circolazione non dovrebbe cambiare. L’estremo sud peninsulare, in particolare, potrebbe addirittura risentire di un’infiltrazione relativamente più fresca proveniente dai Balcani, capace di contenere l’aumento delle temperature. Che dovrebbero mantenersi vicine alla media. Ci avviciniamo, cioè, alla fine dell’estate. L’anticiclone africano potrebbe avere altre occasioni favorevoli per riguadagnare campo. Non nel breve termine, in ogni caso: dimentichiamo i quaranta gradi e oltre registrati, per più giorni consecutivi, in diverse località dell’Italia, a causa del flusso canicolare proveniente dall’entroterra sahariano. Non ci sarà alcun ritorno di Nerone, l’anticiclone porta caldo, come è stato soprannominato – sarebbe il caso, anche, di smetterla con la mania di dare un nome a tutte le ondate di calore o le perturbazioni che raggiungono ogni anno lo Stivale.